Stallo della Sea Watch 3: Paesi dell’UE disposti ad accogliere i migranti

Pubblicato il 28 giugno 2019 alle 13:14 in Immigrazione Italia

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Il premier italiano, Giuseppe Conte, ha riferito, venerdì 28 giugno, che alcuni Stati dell’Unione Europea hanno accettato di accogliere i 40 migranti ancora a bordo della Sea Watch 3.

La nave ha attraccato a Lampedusa, il 26 giugno, e 2 persone sono state evacuate per un’emergenza medica, il giorno successivo. Francia, Germania, Lussemburgo e Portogallo si sono resi disponibili ad accogliere i migranti, per porre fine allo stallo riguardante la nave di ricerca e salvataggio gestita dall’omonima ONG. L’imbarcazione è attualmente ancorata davanti al porto di Lampedusa, dopo aver sfidato l’ordine delle autorità italiane di rimanere fuori dalle acque territoriali del Paese. La capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, è stata indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla procura di Agrigento, come previsto dal codice di navigazione marittima. 

“Tre o quattro Paesi sono disposti a prendere parte alla ridistribuzione dei migranti della Sea Watch”, ha dichiarato Conte ai giornalisti, durante il vertice del G20 a Osaka. Fonti del ministero degli Esteri hanno affermato che, in realtà, più di 4 paesi dell’UE hanno dichiarato la propria disponibilità ad accogliere alcuni dei migranti. A margine del G20, Conte ha avuto un lungo incontro con il primo ministro olandese, Mark Rutte, per discutere proprio il caso della Sea Watch. La nave di soccorso olandese è di proprietà di un ente di beneficenza tedesco e ha atteso per quasi due settimane l’autorizzazione allo sbarco, dopo il salvataggio di 53 persone partite dalla Libia e soccorse in acque internazionali. A seguito di un’ispezione sanitaria a bordo, avvenuta il 15 giugno, a 10 migranti era stato permesso di entrare in Italia. Tra questi c’erano 3 famiglie con figli minorenni e donne incinte. Un altro individuo è stato autorizzato a scendere dalla nave la notte tra il 21 e il 22 giugno, per motivi di salute.

Il ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha prontamente risposto all’attracco non autorizzato e alle dichiarazioni del capitano della Sea Watch e lo ha fatto, inizialmente, tramite un post su Facebook. “Useremo tutti i mezzi legali per porre fine a questa situazione vergognosa: le leggi di uno Stato devono essere rispettate”, ha scritto Salvini. “Una nave olandese di una ONG tedesca che ignora le leggi italiane, è uno scherzo”, ha continuato. “I governi di Olanda e Germania risponderanno per questo, sono stufo”, si legge ancora. Salvini ha poi continuato il suo sfogo su Twitter: “Europa? Assente come sempre”, ha scritto.

I migranti rimasti a bordo dell’imbarcazione, stipati da giorni sul ponte con scarse possibilità di movimento, avevano fatto appello alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché questa intimasse all’Italia di permettere lo sbarco, ponendo in essere una “misura provvisoria” per “prevenire violazioni gravi e irrimediabili dei diritti umani”. Tuttavia, il 25 giugno, la Corte ha ritenuto che tale situazione non rientrasse tra quelle che prevedono l’attuazione di misure provvisorie e ha respinto l’appello. Secondo la CEDU, tali misure si applicano “solo laddove sussiste un rischio imminente di danno irreparabile”.

La SeaWatch 3 non ha indicato che altri individui appartenenti a categorie vulnerabili fossero sulla nave. Di conseguenza, è stato ritenuto che non vi fossero ragioni eccezionalmente gravi ed urgenti che giustificassero l’applicazione delle misure provvisorie. La Corte ha, tuttavia, indicato che le autorità italiane devono continuare a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone vulnerabili a bordo della nave. 

Da quando Salvini è stato nominato ministro dell’Interno, il primo giugno 2018, ha inaugurato una politica rigida e intransigente nei confronti del fenomeno migratorio, chiudendo i porti italiani alle imbarcazioni delle Ong e delle missioni europee. Ne è conseguito che i migranti e i rifugiati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica vengono riportati sistematicamente nei centri di detenzioni libici, i quali dovrebbero essere gestiti dal Ministero dell’Interno di Tripoli. In realtà, la maggior parte di tali strutture è in mano ai gruppi armati, i quali non tutelano in alcun modo i migranti. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

 

di Redazione

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