Proteste pro-palestinesi in Iraq: assalto all’ambasciata del Bahrein

Pubblicato il 28 giugno 2019 alle 17:06 in Bahrein Iraq

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Alcuni manifestanti pro-palestinesi hanno preso d’assalto l’ambasciata del Bahrein in Iraq, giovedì 27 giugno, rimuovendo la bandiera bahreinita dal tetto dell’edificio e sostituendola con quella della Palestina.

La protesta si è scatenata pochi giorni dopo la fine della famosa conferenza di Manama, tenutasi tra il 25 e il 26 giugno nella piccola isola del Golfo. Durante il workshop, chiamato “Peace to Prosperity”, gli Stati Uniti hanno svelato la parte economica del cosiddetto Accordo del Secolo, il piano di pace elaborato dall’amministrazione Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Secondo quanto reso noto da Jared Kushner, genero e consigliere del presidente americano e principale ideatore dell’Accordo, gli Stati Uniti lanceranno un piano di spesa da 50 miliardi di dollari per risolvere la controversia.

Nell’attacco all’ambasciata bahreinita in Iraq, avvenuto in tarda notte, non si sono registrate né vittime né feriti e le forze di sicurezza di Baghdad sono intervenute immediatamente per riportare l’ordine nell’area. Tuttavia, in risposta all’episodio, le autorità di Manama hanno deciso di richiamare in patria il loro ambasciatore in Iraq, Salah Ali Al Malki.

Un agente di sicurezza iracheno ha riferito che i manifestanti si erano fatti strada all’interno dell’ambasciata oltrepassando il cancello principale. Una volta dentro, sono rimasti nel giardino dell’edificio senza tentare di entrare nel palazzo e ferire i funzionari. Le forze di polizia hanno reagito sparando in aria colpi da fuoco e disperdendo la folla. Si sono contati circa 200 manifestanti accorsi nei pressi dell’ambasciata sventolando bandiere palestinesi ed irachene, hanno riferito gli agenti di Baghdad. I diplomatici bahreiniti erano stati fatti precedentemente evacuare ed erano stati trasportati nella Zona Verde, saldamente fortificata.

L’attacco all’ambasciata è arrivato il giorno stesso in cui il ministro degli Esteri del Bahrein, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, ha rilasciato un’intervista esclusiva ad un canale televisivo israeliano esortando alla “pace” con Tel Aviv e all’allacciamento di “relazioni migliori” tra i due Paesi. Il ministro ha altresì affermato che l’Autorità Palestinese ha commesso un grande errore a non partecipare alla conferenza e ha detto: “Israele fa parte, storicamente, del patrimonio di questa regione. Gli israeliani, dunque, sono vicini a noi”. “La comunicazione è il prerequisito per risolvere tutte le dispute. Dobbiamo parlare”, ha aggiunto Al Khalifa, il quale ha anche sostenuto gli attacchi contro gli obiettivi iraniani nella vicina Siria. “Ogni Paese ha il diritto di difendersi”, ha asserito.

Proteste di questo tipo si sono svolte anche in Palestina, Marocco e Giordania, dove i manifestanti condannavano la partecipazione dei Paesi arabi alla conferenza di Manama. Centinaia di palestinesi hanno marciato nella città di Ramallah, in Cisgiordania. Essi ritengono che Trump, alleato di Israele, stia cercando di ammansire con il piano economico il popolo palestinese per poterlo poi privare della loro sovranità nazionale. Il premier palestinese aveva specificato, il 20 maggio, che qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina dovrebbe essere politica e dovrebbe riguardare la fine dell’occupazione. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per riceve del denaro” erano state le sue parole. I legami tra Palestina e USA si sono interrotti quando, l’8 dicembre 2017, il presidente americano ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Successivamente, il 14 maggio 2018, Trump ha trasferito l’ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa, decretando il riconoscimento ufficiale di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele.

Da parte sua, sin dalla guerra del 1948, la Palestina reclama la liberazione dei territori che avrebbero costituito lo Stato palestinese, dopo la fine del mandato britannico. A partire dal 1967, le autorità palestinesi lottano per la fine dell’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, con l’obiettivo di costituire, almeno in tali territori, uno Stato indipendente. Trump, con le sue mosse nello scacchiere politico internazionale ha rifiutato di approvare la soluzione a due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi.

Il 25 marzo, a Washington, il presidente americano Donald Trump ha firmato un decreto nel quale gli Stati Uniti riconoscono la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. L’atto ha in pratica formalizzato la dichiarazione di Trump del 21 marzo, con la quale il presidente degli USA aveva affermato che era giunto il momento per gli Stati Uniti “di riconoscere pienamente” la sovranità israeliana sul Golan.  Considerando le misure adottate dall’amministrazione Trump fino ad oggi, c’è dunque poca speranza per una potenziale svolta nella risoluzione del conflitto.

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Chiara Gentili

di Redazione

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