Libia: la guerra continua ma i ricavi petroliferi aumentano del 24%

Pubblicato il 28 giugno 2019 alle 13:29 in Africa Libia

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La Compagnia petrolifera nazionale della Libia (NOC) ha riferito, giovedì 27 giugno, che le entrate prodotte nel mese di maggio dalla vendita di greggio e prodotti derivati si sono attestate sui 2.3 miliardi di dollari americani, una cifra cui si aggiungono le tasse e i canoni ricevuti dai contratti di concessione. I dati mostrano una crescita mensile di circa 448 milioni dollari, ovvero un più 24%.

La NOC afferma che l’aumento del fatturato è stato sostenuto da un prezzo del petrolio costante a livello globale, oltre che da un programma di carico piuttosto intenso nel mese di aprile. Il presidente della compagnia petrolifera, Mustafa Sanalla, ha detto che “questi dati mostrano l’importanza di un settore petrolifero unificato e del suo contributo all’economia del Paese. Il nostro focus sulla produzione di greggio, nonostante le continue sfide della sicurezza, continua a portare successi, con più di 725 milioni di dollari spesi nell’esplorazione e nella trivellazione dal 2018”.

“Le entrate petrolifere sono una fonte vitale per l’economia libica. Ogni interruzione forzata del nostro lavoro danneggerà inevitabilmente la nostra abilità di mantenere la produzione e i servizi finanziari di base”, ha aggiunto Sanalla. Nonostante i continui avvertimenti, le operazioni e le strutture per la produzione petrolifera sono state spesso colpite direttamente dal conflitto in atto nel Paese. La NOC ha sempre condannato tutti i tentativi di militarizzare le infrastrutture energetiche nazionali. La compagnia, inoltre, rifiuta di schierarsi da una parte o dall’altra della guerra. Le entrate petrolifere sono pubbliche e vengono regolarmente trasferite alla Banca Centrale della Libia, una volta al mese. La dirigenza della NOC afferma che è orgogliosa di lavorare per tutti i libici e di costituire un baluardo di trasparenza in mezzo a tutte le altre istituzioni ed enti.

Il 18 giugno, un deposito petrolifero appartenente alla compagnia libica Mellitah Oil & Gas, joint venture tra la NOC e l’italiana ENI, è stato oggetto di un attacco aereo. L’attentato al deposito, situato a Tajoura, nella periferia orientale di Tripoli, è stato il primo dichiarato sin dall’inizio della campagna del generale Khalifa Haftar per la riconquista della capitale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 94.000 sfollati.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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