Cina: Hong Kong è affare interno cinese

Pubblicato il 27 giugno 2019 alle 10:29 in Asia Hong Kong

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Le proteste di Hong Kong sono affari interni della Cina, nessun Paese straniero deve interferire o fare ingerenza. Queste le parole del portavoce del Ministero degli Esteri della Cina in risposta alla preoccupazione espressa dal Regno Unito in merito alle proteste che stanno interessando l’isola dal 9 giugno scorso.

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica, per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, il Regno Unito non deve interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. Ad Hong Kong, infatti, sono in corso manifestazioni di protesta e di dissenso da 15 giorni contro l’emendamento alla legge sull’estradizione.

Negli ultimi giorni e in particolare nella notte tra il 26 e il 27 giugno, i manifestanti hanno assediato le stazioni di polizia dell’isola e il quartier generale delle forze dell’ordine costringendo gli ufficiali a rimanere chiusi dentro gli edifici. È la seconda volta che ciò accade, dopo l’assedio avvenuto tra venerdì 21 e sabato 22 giugno. La ragione delle proteste contro le forze dell’ordine è la richiesta di rilascio dei manifestanti arrestati durante la manifestazione di dissenso del 9 e 12 giugno scorsi. Il 9 giugno, più di un milione di persone sono scese in strada per la prima manifestazione di dissenso contro la legge sull’estradizione. Non avendo ricevuto alcun segnale dal governo in merito allo stop del dibattito sull’emendamento, le proteste sono andate avanti e il 12 giugno migliaia di persone sono scese in strada e hanno assediato il palazzo del Consiglio Legislativo, con scontri diretti con la polizia e il lancio di lacrimogeni, proiettili di gomma e un bilancio di 72 feriti, due dei quali molto gravi. Secondo i giovani scesi in strada, gli arresti sarebbero frutto di un abuso di potere da parte della polizia di Hong Kong e dei “martiri” da liberare quanto prima.

Il 12 giugno la polizia ha cercato di sedare le proteste facendo ricorso al lancio di fumogeni e proiettili di gomma per disperdere la folla. Da allora, però, ha evitato di reagire alle proteste e gli ufficiali si sono limitati a rimanere chiusi all’interno delle stazioni e del quartier generale, senza uscire nemmeno la sera. I manifestanti hanno bloccato tutte le strade intorno al quartier generale della polizia, disegnato graffiti sulle mura di cinta e lanciato ombrelli contro i poliziotti di guardia. Gli ombrelli sono diventati il simbolo delle proteste contro il governo di Hong Kong sin dal 2014, quando gli studenti e gli attivisti per i diritti umani scesero in piazza contro la mancata realizzazione del suffragio universale previsto dalla legge costituzionale di Hong Kong voluta dal governo centrale di Pechino.

Hong Kong, sebbene dal 1997 è una regione autonoma speciale della Cina, gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law mutuata dal diritto anglosassone.

Prima di assediare per la seconda volta il quartier generale della polizia, i giovani manifestanti di Hong Kong si erano radunati in quasi 10 mila nel distretto della finanza dell’isola per attirare l’attenzione del mondo dell’economia e delle finanza, a pochi giorni dal G20 di Osaka previsto per il 29 e 30 giugno.

La ragione della protesta popolare è la proposta di emendamento della legge sull’estradizione in vigore sull’isola, percepito come un attacco al sistema legale indipendente dell’isola. La proposta di emendamento, in discussione da maggio nell’organismo legislativo di Hong Kong, intende creare un meccanismo di estradizione basato su un approccio caso per caso per le richieste di estradizione verso Paesi che non rientrano nei trattati di estradizione esistenti, Cina continentale, Taiwan e Macao incluse.

Attualmente, la legge di Hong Kong nota come “Fugitive Offenders Ordinance” permette alle autorità dell’isola di consegnare i criminali o i fuggitivi ad altre giurisdizioni solo tramite approvazione dell’organismo legislativo. L’emendamento in discussione rimuoverebbe questa necessità di esamina da parte del potere legislativo e lascerebbe il potere decisionale in mano al governatore. Lo Hong Kong Security Bureau ha assicurato che i crimini riguardanti etnia, nazionalità, opinione politica e religione non saranno oggetto dell’emendamento, ma la popolazione dell’isola non è affatto rassicurata. L’emendamento della legge sull’estradizione renderebbe più semplice l’invio di criminali e sospetti tali in Cina continentale dove verrebbero sottoposti alle procedure giudiziali di Pechino spesso vacue e poco chiare e caratterizzate da processi non sempre equi, secondo quanto riportato dal sito di news indipendente DW.

La proposta di emendamento alla legge è stata messa in stato di sospensione dalla governatrice Carrie Lam per mostrare la sensibilità dell’esecutivo nei confronti delle proteste. L’attuale Consiglio Legislativo dell’isola, l’organo esecutivo, termina il suo mandato nel mese di luglio 2020 e se l’emendamento non verrà portato avanti e trasformato in legge per allora, decadrà spontaneamente. Al momento, secondo quanto dichiarato dagli ufficiali governativi al South China Morning Post, il governo ha smesso di lavorare sulla proposta di legge.

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Ilaria Tipà, Interprete di cinese e inglese

di Redazione

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