No allo sbarco dei 43 migranti bloccati in mare: le motivazioni della CEDU

Pubblicato il 26 giugno 2019 alle 13:38 in Immigrazione Italia

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha respinto il ricorso dei migranti a bordo della Sea Watch 3, che si trovano da 13 giorni in mare. Quali sono le ragioni e quali le reazioni a tale decisione. 

Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, ha immediatamente accolto con favore la decisione della Corte, che ha definito una “scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia”. La nave di soccorso olandese, la Sea Watch 3, è di proprietà di un ente di beneficenza tedesco e ha atteso per quasi due settimane l’autorizzazione allo sbarco, dopo il salvataggio di 53 persone partite dalla Libia e soccorse in acque internazionali. A seguito di un’ispezione sanitaria a bordo, avvenuta il 15 giugno, a 10 migranti era stato permesso di entrare in Italia. Tra questi c’erano 3 famiglie con figli minorenni e donne incinte. Un altro individuo è stato autorizzato a scendere dalla nave la notte tra il 21 e il 22 giugno, per motivi di salute.

I migranti rimasti a bordo dell’imbarcazione, stipati da giorni sul ponte con scarse possibilità di movimento, hanno fatto appello alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché questa intimasse all’Italia di permettere lo sbarco, ponendo in essere una “misura provvisoria” per “prevenire violazioni gravi e irrimediabili dei diritti umani”. Tuttavia, la Corte ha ritenuto che tale situazione non rientrasse tra quelle che prevedono l’attuazione di misure provvisorie. Secondo la CEDU, tali misure si applicano “solo laddove sussiste un rischio imminente di danno irreparabile”. La SeaWatch 3 non ha indicato che altri individui appartenenti a categorie vulnerabili fossero sulla nave. Di conseguenza, è stato ritenuto che non vi fossero ragioni eccezionalmente gravi ed urgenti che giustificassero l’applicazione delle misure provvisorie. La Corte ha, tuttavia, indicato che le autorità italiane devono continuare a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone vulnerabili a bordo della nave. 

In una dichiarazione rilasciata a Euronews, i membri dell’equipaggio della Sea Watch 3 hanno confermato che: “ci sono ancora 42 persone salvate a bordo, tra cui 3 minori non accompagnati, il più giovane ha 12 anni”. Le persone a bordo provengono da diverse nazioni africane, tra cui Niger, Guinea, Camerun, Mali, Ghana e Costa d’Avorio. “Questa mattina abbiamo comunicato ai naufraghi la decisione della Corte di rigettare il ricorso. Sono disperati. Si sentono abbandonati. Ci hanno detto che la vivono come una negazione da parte dell’Europa, dei loro diritti umani”, scrive l’account della Sea Watch 3 su Twitter. Il parroco di Lampedusa, Don Carmelo La Magra, ha dichiarato: “Sosteniamo le persone soccorse e l’equipaggio di Sea Watch. Lo facciamo da 7 giorni e non ci fermeremo finché non saranno sbarcati”. Il prete, insieme a un gruppo di attivisti di Forum Lampedusa Solidale, ha guidato una protesta di solidarietà per i migranti della Sea Watch, dormendo sul sagrato della chiesa di San Gerlando, all’aperto, finché a queste persone non sarà permesso scendere dall’imbarcazione. Anche in questo caso la reazione del ministro Salvini è stata diretta: “Caro parroco, con tutto il rispetto, io non cambio idea: porti chiusi a chi aiuta i trafficanti di esseri umani. Dorma bene”, ha scritto sui social. 

Da quando Salvini è stato nominato ministro dell’Interno, il primo giugno 2018, ha inaugurato una politica rigida e intransigente nei confronti del fenomeno migratorio, chiudendo i porti italiani alle imbarcazioni delle Ong e delle missioni europee. Ne è conseguito che i migranti e i rifugiati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica vengono riportati sistematicamente nei centri di detenzioni libici, i quali dovrebbero essere gestiti dal Ministero dell’Interno di Tripoli. In realtà, la maggior parte di tali strutture è in mano ai gruppi armati, i quali non tutelano in alcun modo i migranti. Le persone detenute in Libia vivono in condizioni pessime, sono soggetti a torture e abusi, secondo i testimoni che sono passati per tali strutture. Secondo quanto ha riferito Al-Jazeera, il 2 marzo 2019, 30 migranti, tra cui alcuni minori, erano stati rinchiusi in una cella sotterranea, dove sono stati torturati per aver cercato di scappare per protestare contro le condizioni precarie degli stranieri in Libia. Tale informazione è stata confermata dall’International Rescue Committee, il quale fornisce assistenza medica all’interno del centro di detenzione di Triq al Sikka.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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