Boris Johnson e la maledizione della Brexit

Pubblicato il 26 giugno 2019 alle 10:59 in Il commento UK

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Boris Johnson diventerà il nuovo primo ministro britannico, salvo incredibili sorprese. Il vantaggio sul suo rivale, Jeremy Hunt, è enorme. Johnson è pronto a una brexit senza accordo, che indebolirebbe il Regno Unito e l’Unione Europea. Il Regno Unito dovrebbe infatti fronteggiare due grandi problemi, con forze esigue. Il primo è rappresentato dall’indebolimento dell’economia, un fatto già evidente, destinato ad aggravarsi: la sola notizia che Johnson è favorito nella corsa al governo ha fatto cadere la sterlina rispetto al dollaro. Il secondo problema è rappresentato dall’Irlanda del Nord, martoriata dal terrorismo per il desiderio mai sopito di separarsi da Londra e diventare uno Stato sovrano e indipendente. In caso di Brexit senza accordo, l’Irlanda del Nord dovrebbe uscire di colpo dall’Unione Europea, avendo votato per rimanere. Anche l’Unione Europea sarebbe danneggiata. Senza il Regno Unito, diventerebbe più debole rispetto agli Stati Uniti, per la gioia di Trump. È infatti noto che il capo della Casa Bianca opera per la disintegrazione dell’Unione Europea, che teme. Essendo l’Unione Europea l’area più ricca del mondo, per di più abitata da tre potenze come Germania, Francia e Regno Unito, Trump preferisce scompaginarla per trattare con i singoli governi che, divisi, sono più deboli. Una cosa è sovrastare 28 Paesi contemporaneamente; altra cosa è piegarli uno alla volta. È parso evidente nei giorni passati, quando Trump, grande sostenitore della brexit e di Johnson, ha rivolto un attacco al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, accusato di voler danneggiare gli Stati Uniti con le sue politiche monetarie volte a favorire la ripresa. Adirandosi con Draghi, Trump ha mostrato di temerlo. Anche Johnson sa bene quanto sarebbe dannosa una brexit senza accordo. Non ci sono dubbi che lo sappia, visto che è stato parte di un governo, quello di Theresa May, che ha consumato ogni energia per evitare una fuoriuscita senza intesa. È dimostrato anche dal fatto che, se fosse Jeremy Hunt a vincere su Johnson, chiederebbe l’ennesimo rinvio della brexit, fissata al 31 ottobre 2019.

La domanda sorge pertanto spontanea: se Johnson è consapevole dei danni di una fuoriuscita senza accordo, perché annuncia di essere pronto a seguire questa strada? 

Le ragioni sono due. La prima è che Johnson vuole spaventare la Commissione Europea per ottenere un divorzio meno oneroso. Se la sua minaccia sarà ritenuta credibile, la Commissione Europea, questo è ciò che pensa, cederà su molti punti. Si tratta di una lettura ottimistica: questa tattica è stata già messa in pratica dalla May ed è fallita. Inoltre, la Commissione Europea ritiene che almeno tre punti dell’accordo siano intoccabili: non dev’essere introdotto alcun confine fisico tra Irlanda del Nord e Unione Europea, ampie garanzie per i diritti dei cittadini europei nel Regno Unito e un accordo finanziario. La seconda ragione è che Johnson e il suo partito temono l’ascesa di Nigel Farage, il quale ha fondato un nuovo partito con il fine preciso di realizzare una brexit senza accordo, trionfando alle ultime elezioni europee, mentre il partito di Johnson ha ottenuto il peggior risultato elettorale degli ultimi 200 anni. La lettura è ottimistica anche per un’altra ragione. Johnson, a differenza della May, sarà eletto dal suo partito dopo una lunga competizione interna e pensa che questo lo renderà più forte agli occhi della Commissione Europea. Il problema è che vi è differenza tra coloro che voteranno per Johnson, in qualità di iscritti al partito conservatore, e i conservatori che siedono in parlamento, i quali sono assolutamente contrari a uscire dall’Unione Europea senza un accordo. In sintesi, Johnson prenderebbe il posto della May, nel medesimo parlamento, con buone probabilità di trovarsi nella stessa paralisi. I deputati conservatori, che hanno la maggioranza, farebbero cadere il governo di Johnson, pur di impedirgli ciò che hanno già impedito alla May: non vogliono sentir parlare di una brexit senza accordo. Johnson dovrebbe andare al voto per liberarsi di questi parlamentari, che peraltro fanno parte del suo stesso partito, ma c’è Farage in agguato, che rischia di spazzare via il partito di Johnson. Almeno per ora, il messaggio è chiaro: attenti a sfidare la Commissione Europea. Non è una forza declinante, ma dominante.

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Articolo apparso sul Messaggero. per gentile concessione del Direttore

di Alessandro Orsini

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