Turchia: inizia il processo per 16 manifestanti di Gezi Park

Pubblicato il 24 giugno 2019 alle 18:12 in Medio Oriente Turchia

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In Turchia ha avuto inizio il processo che vede 16 persone accusate di “terrorismo” per le proteste del 2013 a Gezi Park, a Istanbul.

L’accusa ha presentato 657 pagine in cui si riporta che gli imputati “hanno tentato di rovesciare il governo” attraverso l’organizzazione e il finanziamento di una “rivolta”, riferendosi alle proteste anti-governative che sono nate a Istanbul e si sono rapidamente diffuse in tutta la Turchia. Se tali fatti fossero confermati dalle autorità giudiziarie la sentenza sarebbe ergastolo senza condizionale, secondo quanto riferisce il quotidiano Al-Jazeera English. Il processo è iniziato lunedì 24 giungo in un complesso carcerario situato alla periferia di Istanbul. Tra i 16 imputati figurano numerosi rappresentanti della società civile, tra cui il filantropo Osman Kavala, che è stato in detenzione preventiva per 20 mesi, e Yigit Aksakoglu, che lavora per una fondazione che si occupa di educazione della prima infanzia. Anche quest’ultimo ha già scontato 8 mesi di prigione.

Le proteste si sono concentrate tra il 28 e il 30 maggio 2013 ed ebbero origine da un sit-in di circa una cinquantina di persone, che si opponevano alla costruzione di un centro commerciale al posto del Parco Gezi di Istanbul. Le manifestazioni godettero di un’eco nazionale, trasformandosi ben presto in una vera e propria rimostranza di massa contro il governo dell’allora primo ministro e oggi presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. In tale occasione si contarono 10 i morti tra le file dei manifestanti, e circa 8mila altri cittadini rimasero feriti in seguito alla violenta repressione delle autorità.

Lunedì 24 giugno, fuori dal tribunale, centinaia di sostenitori degli imputati si sono riuniti, sorvegliati dalla polizia antisommossa. All’interno, l’accusa ha nominato 746 persone come parti lese. Queste avrebbero subito lesioni e danni alle proprietà a seguito delle manifestazioni. L’accusa ha quindi citato centinaia di conversazioni telefoniche degli imputati che sono state intercettate, insieme ai post sui social network e ai viaggi all’estero. Human Rights Watch ha definito le accuse “false” sostenendo che le prove raccolte non sarebbero sufficienti per sostenere la tesi di una rivolta o cospirazione sovversiva. Il gruppo ha affermato che lo scopo del processo era “mettere a tacere e punire gli imputati per le loro attività civili, legittime e del tutto pacifiche”.

Iniziando la sua testimonianza, Kavala ha dichiarato che non esistono prove per giustificare le accuse contro di lui. Il filantropo turco ha assicurato alla Corte che tutte sue attività all’interno della società civile sono state trasparenti. “Non sono diverso dalle centinaia di migliaia di persone che hanno condotto attività pacifiche durante gli eventi di Gezi e chiedo la mia liberazione e assoluzione”, ha riferito. “L’accusa per la quale sono stato imprigionato negli ultimi 20 mesi è fondata su una serie di affermazioni che non hanno alcuna base fattuale e sfidano la logica”, ha aggiunto Kavala.

Il noto filantropo e uomo d’affari turco aderì alle sommosse del 2013 e all’inizio del 2017 lanciò un appello ai concittadini turchi, invitandoli a boicottare il referendum costituzionale sul rafforzamento dei poteri del presidente Erdogan. Il 18 ottobre 2017, Kavala venne arrestato senza un capo d’accusa formale. Oggi, l’uomo è condannato all’ergastolo, accusato di aver tentato di rovesciare il governo turco tramite un processo che secondo le autorità ebbe inizio con le proteste del 2013 e sfociò poi nel tentato golpe del 15 luglio 2016. Nell’ultimo anno, tanto gli attivisti di varie organizzazioni umanitarie quanto i membri del Parlamento Europeo si sono ripetutamente appellati ad Ankara chiedendo il rilascio di Kavala.

Dal fallimento del colpo di Stato del luglio 2016 a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Fethullah Gulen, religioso turco accusato dal Paese di aver orchestrato il golpe del 2016, il quale si è rifugiato negli Stati Uniti per sfuggire alla condanna di Ankara.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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