Turchia: candidato anti-Erdogan nominato sindaco di Istanbul per la seconda volta

Pubblicato il 24 giugno 2019 alle 10:33 in Medio Oriente Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’opposizione turca ha riscosso un nuovo successo elettorale vincendo per la seconda volta alle elezioni amministrative di Istanbul, dopo che la prima votazione era stata annullata per sospetti brogli elettorali denunciati dal presidente Tayyip Erdogan. Ekrem Imamoglu, del partito popolare repubblicano (CHP), ha ottenuto il 54,21% dei voti diventando, con un margine di vittoria molto più ampio rispetto alla vittoria di 3 mesi fa, sindaco della città di Istanbul.

Il risultato precedente era stato annullato poiché la Commissione elettorale suprema della Turchia (YSK) aveva accolto il ricorso presidenziale e stabilito, in seguito ad accertamenti sulle presunte irregolarità, la ripetizione del voto amministrativo. La decisione di rieseguire le votazioni del 31 marzo scorso è stata largamente criticata dagli oppositori interni e dagli alleati occidentali, i quali temevano che la democrazia turca fosse sotto minaccia. Con questa nuova vittoria, però, l’opposizione ha inferto un duro colpo al presidente turco e al suo partito con radici islamiste, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), rompendo la sua aurea di invincibilità e manifestando il disappunto di una parte dell’elettorato.       

Domenica 23 giugno, decine di migliaia di sostenitori di Imamoglu hanno festeggiato sulle strade di Istanbul il nuovo sindaco della città, che ha trionfato su Binali Yildirim, il candidato presentato dal partito di Erdogan, con quasi 800.000 voti in più. “In questa città, oggi, avete ristabilito la democrazia. Grazie Istanbul”, ha dichiarato Imamoglu, rivolgendosi ai suoi sostenitori. “Siamo venuti per abbracciare tutti. Costruiremo la democrazia in questa città, costruiremo la giustizia. In questa bellissima città, lo prometto, costruiremo il futuro”, ha annunciato il vincitore.

Alle precedenti elezioni del 31 marzo 2019, Imamoglu era stato designato sindaco di Istanbul con il 48,8% dei voti, un sorpasso debole sul candidato del partito presidenziale, che aveva guadagnato il 48,5% delle preferenze. L’AKP aveva totalizzato oltre il 50% dei voti a livello nazionale ma aveva perso le elezioni amministrative nelle tre maggiori città del Paese: Istanbul, Ankara e Izmir. Le elezioni di 3 mesi fa sono state le prime da quando Erdogan ha assunto i più ampi poteri presidenziali, dopo la vittoria del 24 giugno 2018, e per questo hanno rappresentato una prova del nove per il suo governo, che è stato criticato per la politica economica prefissatasi e per il rispetto dei diritti umani.  

L’Alta Commissione Elettorale turca deve ancora annunciare ufficialmente i risultati delle votazioni di domenica 23 giugno, ma Erdogan si è già congratulato con Imamoglu per la sua vittoria.

In una situazione di contrazione economica e finanziaria come quella attraversata dalla lira turca nel corso del 2018, in cui la moneta ha perso il 30% del suo valore d’acquisto, alcuni elettori sono apparsi critici nei confronti di Erdogan. Nella settimana precedente al voto del 31 marzo, il presidente aveva ribadito che i problemi economici della nazione sono causati da deliberati attacchi delle potenze occidentali, che tentano di “bloccare la strada della grande e potente Turchia”. Prima di queste elezioni amministrative, Erdogan aveva tenuto circa un centinaio di comizi in tutto il Paese, con particolare focus su Istanbul e ad Ankara. Infine, la giornata elettorale era stata segnata da violenze nel sud-est del Paese, dove due membri di un piccolo partito, l’Islamist Felicity Party, un osservatore elettorale e un funzionario addetto alla sicurezza, sono stati uccisi da alcuni proiettili, nella provincia di Malatya. Inoltre, a Diyarbakir, 2 persone sono rimaste ferite, dopo essere state accoltellate in un litigio tra candidati.  Il governo turco aveva preventivamente dispiegato misure di sicurezza massicce, con 553.000 poliziotti e altre forze di sicurezza operative in tutto il Paese.

Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Gulen. Ankara, da parte sua, afferma invece che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. La Turchia aveva richiesto l’estradizione dell’imam turco, senza però avere successo. I funzionari degli Stati Uniti hanno dichiarato che le prove presentate contro Gulen sono insufficienti e non sarebbero ritenute sufficienti per un processo, in un tribunale americano.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.