Pompeo in Arabia Saudita: costruire una “coalizione globale” per affrontare le sfide dell’Iran

Pubblicato il 24 giugno 2019 alle 12:03 in Arabia Saudita USA e Canada

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Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, è atterrato, lunedì 24 giugno, a Gedda, in Arabia Saudita, per consultarsi con i suoi alleati regionali in merito alla situazione di alta tensione tra Stati Uniti e Iran. L’alto diplomatico statunitense, che procederà il suo viaggio con una visita negli Emirati Arabi Uniti, ha detto ai giornalisti prima di partire che Washington è aperta ai colloqui con Teheran anche se intende imporre nuove “significative” sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica.

“Parleremo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per decidere in che modo allinearci strategicamente e costruire una coalizione globale che possa comprendere questa sfida”, ha annunciato Pompeo. Il Segretario di Stato ha definito i due Paesi della Penisola arabica dei “grandi alleati” sui cui contare per affrontare le minacce che il conflitto con l’Iran potrebbe presentare.

Il picco delle ostilità tra Washington e Teheran, due nemici di lunga data, è stato raggiunto venerdì 21 giugno, quando è stato reso noto che il presidente americano Donald Trump aveva deciso di annullare all’ultimo minuto un attacco aereo punitivo contro l’Iran. In una serie di messaggi sul suo profilo Twitter, il leader della Casa Bianca ha chiarito che il dietrofront è stato ordinato per evitare un’inevitabile strage di vite umane. Trump ha altresì spiegato che il raid contro Teheran non sarebbe stata una reazione proporzionata rispetto all’abbattimento di un drone, che le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno rivendicato, il 20 giugno, accusando le forze statunitensi di aver invaso lo spazio aereo della Repubblica Islamica.

La disputa tra le due potenze va avanti da quando il presidente Trump ha annunciato di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare, l’8 maggio 2018, provocando la re-imposizione delle sanzioni contro l’Iran e un peggioramento significativo delle relazioni bilaterali tra i due Paesi.

Quello di maggio è stato il periodo più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale americana, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio 2019, esattamente a un anno di distanza dal ritiro degli Stati Uniti, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute da Teheran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il livello di preoccupazione è salito anche durante il mese di giugno. Il 13 giugno, due piattaforme petrolifere situate nel Golfo di Oman, a largo delle coste dell’Iran, sono state danneggiate dall’esplosione di alcune mine. Le due imbarcazioni battevano una bandiera delle Isole Marshall, l’altra della Repubblica di Panama. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato Teheran di essere tra i responsabili dell’attacco. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che si tratta di accuse infondate e dimostrerebbero che una “squadra B” starebbe mettendo in atto una “diplomazia del sabotaggio”. Tale squadra sarebbe composta dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, dal sovrano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Ibn Zayed, dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il 18 giugno, Washington ha deciso di inviare 1.000 nuovi soldati in Medio Oriente per “motivi difensivi”.

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Chiara Gentili

di Redazione

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