Iran: gli USA non sono riusciti a effettuare nessun attacco cybernetico

Pubblicato il 24 giugno 2019 alle 17:15 in Iran USA e Canada

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Le autorità iraniane hanno riferito che gli Stati Uniti non sono riusciti ad effettuare alcun attacco informatico contro Teheran, a seguito delle indiscrezioni a tale riguardo trapelate da Washington.

“I media stanno chiedendo se è vero che c’è stato un presunto attacco cibernetico contro l’Iran: non sono riusciti a compiere alcun attacco, anche se ci stanno provando con grande sforzo”, ha dichiarato, lunedì 24 giugno, il ministro delle telecomunicazioni di Teheran, Mohammad Javad Azari Jahromi su Twitter. I media statunitensi avevano annunciato che Washington stava tentando di effettuare attacchi informatici contro i sistemi di controllo missilistici dell’Iran, dopo che Teheran aveva abbattuto un drone statunitense, il 20 giugno. Il Washington Post aveva riferito che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha autorizzato il Cyber Command degli Stati Uniti a effettuare un attacco informatico contro l’Iran. L’attacco avrebbe paralizzato i computer utilizzati per controllare i lanci missilistici, senza causare ulteriori danni, secondo quanto riportato dal quotidiano americano.

Il ministro delle Telecomunicazioni iraniano ha riconosciuto che il Paese abbia “affrontato il terrorismo cibernetico e l’unilateralismo” degli Stati Uniti. Con tali parole Jahromi ha fatto riferimento al ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare, annunciato l’8 maggio 2018, e al virus Stuxnet, scoperto nel 2010. Secondo quanto riferisce il quotidiano Al-Jazeera English, si sospetta che quest’ultimo sia stato progettato da Israele e dagli Stati Uniti per danneggiare le strutture nucleari iraniane. “L’anno scorso abbiamo sventato non un attacco ma 33 milioni di attacchi grazie allo scudo Dejpha”, ha dichiarato Jahromi, riferendosi al sistema di difesa utilizzato da Teheran.

La tensione tra Stati Uniti e Iran è alta ormai da diversi mesi e i due Paesi sono sull’orlo di un conflitto diretto. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, aveva riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio 2019, Teheran aveva poi annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa e si temeva un attacco. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation nella regione. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” attuate, secondo la Lega, dalle milizie Houthi, sostenute da Teheran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il livello di preoccupazione è salito anche durante il mese di giugno. Il 13 giugno, due piattaforme petrolifere situate nel Golfo di Oman, a largo delle coste dell’Iran, sono state danneggiate dall’esplosione di alcune mine. Le due imbarcazioni battevano una bandiera delle Isole Marshall, l’altra della Repubblica di Panama. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato Teheran di essere tra i responsabili dell’attacco. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che si tratta di accuse infondate e dimostrerebbero che una “squadra B” starebbe mettendo in atto una “diplomazia del sabotaggio”. Tale squadra sarebbe composta dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, dal sovrano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Ibn Zayed, dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il 18 giugno, Washington ha deciso di inviare 1.000 ulteriori soldati in Medio Oriente per “ragioni difensive”, che si aggiungono a 1.500 stanziati il mese precedente, nella stessa regione. 

Tuttavia, sempre nella giornata di giovedì 20 giugno, il presidente USA aveva affermato che l’Iran aveva “commesso un grave errore” decidendo di distruggere il velivolo militare degli Stati Uniti. Teheran si era difesa sostenendo che il drone si trovava nello spazio aereo iraniano e volava sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto di Hormuz. Trump ha poi confermato di aver ordinato un attacco contro l’Iran, giovedì 20 giugno, in risposta all’abbattimento del drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno. Tuttavia, poche ore prima del lancio dell’operazione Trump ha cambiato idea e ha deciso di annullare l’offensiva. Secondo quanto riferito dal presidente USA stesso su Twitter, la decisione di annullare l’attacco è derivata dal fatto che questo avrebbe causato almeno 150 vittime e sarebbe quindi stato “non proporzionato” all’abbattimento di un drone.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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