L’Italia deve inviare i soldati in Siria? Trump chiede molto ma dà poco

Pubblicato il 23 giugno 2019 alle 10:23 in Il commento Italia

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La Siria è un inferno. Nonostante le roccaforti dell’Isis siano cadute, la guerra infuria. I civili continuano a essere uccisi da aerei russi e del regime di Bassar al Assad, com’è accaduto alcuni giorni fa a  Idlib, nel villaggio di Kafr Oweid. Esiste una zona cuscinetto, istituita da un accordo tra Turchia e Russia, che però viene violata, appunto perché la Siria è un inferno, in cui Trump chiede all’Italia di entrare con i propri soldati. Questa rubrica ne ha già parlato due mesi fa, quando il senatore Lindsey Graham, il 12 aprile 2019, richiese pubblicamente, per conto di Trump, l’intervento dei soldati italiani. Torniamo a occuparcene oggi perché la Casa Bianca ha cambiato strategia e adesso, anziché rendere pubblica la richiesta, si sta rivolgendo al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, per gestire la questione in modo privato. Privato fino a un certo punto perché, se assenso ci sarà, dovrà per forza esserci un passaggio collegiale nel governo. I partiti dovranno occuparsene e allora vogliamo provare ad anticipare il dibattito, chiarendo il punto fondamentale. Trump ha gravemente danneggiato l’Italia in Libia, ma anche i libici. Il generale Haftar assedia da mesi la città di Tripoli, dove siede il governo di Sarraj, sostenuto dall’Italia e, in modo molto teorico, dall’Onu. Haftar ha avviato le operazioni contro Tripoli dopo avere ricevuto l’approvazione di Trump. I fatti si sono svolti in questo modo: il presidente dell’Egitto, al Sisi, si è recato a Washington il 9 aprile scorso e ha chiesto a Trump di approvare l’aggressione di Haftar contro Tripoli, incassando un bel sì. Eppure, Giuseppe Conte aveva telefonato personalmente a Trump per chiedergli di non farlo, spiegandogli che una guerra in Libia sarebbe stata la più grande sciagura per l’Italia. Ne consegue che un eventuale impegno dell’Italia in Siria per fare un favore a Trump, che ha ritirato molti soldati americani e adesso ha il problema di sostituirli con soldati altrui, dovrebbe implicare l’intervento immediato di Trump per far arretrare Haftar, laddove per “immediato” s’intende che, nel volgere di 24 ore, Trump dovrebbe arrestare l’attacco di Haftar e, nelle successive 24 ore, dovrebbe imporre ad Haftar di abbandonare la città.

Occorre infatti stare attenti a cogliere la differenza tra la posizione dell’Italia e quella della Francia. Macron è favorevole a una cessazione delle ostilità a Tripoli, lasciando però che Haftar resti accampato nella città. L’Italia, invece, chiede che Haftar torni da dove è venuto. La ragione è chiara: la Francia vuole lasciare che Haftar resti a Tripoli per attendere il momento giusto per sferrare il colpo di grazia al governo Sarraj. Il che significa che la Francia è favorevole a rimandare la guerra a tempi migliori, mentre l’Italia vuole la pace e, pertanto, chiede che l’uomo che porta la guerra, e cioè Haftar, sloggi da Tripoli. È necessario che tutti questi fatti siano spiegati chiaramente, affinché possano essere oggetto di dibattito pubblico, libero e democratico. Dunque, non si tratta di invocare un rifiuto preventivo alla richiesta che Trump sta rivolgendo al ministro Trenta. Si tratta di chiarire che, se davvero è così importante per Trump avere soldati italiani in Siria, al punto da essere così insistente, è necessario capire che cosa sarebbe eventualmente disposto a dare in cambio. Sia chiaro che il problema non sono soltanto i benefici che l’Italia riceverebbe dalla fine delle ostilità a Tripoli, dove peraltro ha un’ambasciata aperta sotto le bombe. Il problema sono i benefici che ne riceverebbe la comunità internazionale giacché il conflitto in Libia è carico di sciagure potenziali. Haftar è appoggiato militarmente da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e gode dell’appoggio politico di Francia e Russia. Tripoli sta reggendo all’attacco soltanto perché Qatar e Turchia sono intervenuti in sua difesa. Esiste il rischio che la guerra assuma una dimensione regionale con il coinvolgimento diretto di eserciti stranieri in territorio libico, proprio come accade in Yemen, visto che lo schema delle alleanze è molto simile. I rapporti tra gli Stati non sono regolati da ciò che è giusto, ma da ciò che è utile, ed è davvero difficile vedere quale utilità l’Italia potrebbe avere nell’invio dei propri soldati in Siria, mentre infuria la guerra in Libia. “America first” è un bello slogan, fino a quando non deve essere pagato dall’Italia.

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Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto qui per gentile concessione del direttore

di Alessandro Orsini

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