Il conflitto israelo-palestinese oggi e domani

Pubblicato il 23 giugno 2019 alle 10:11 in Il commento Israele

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Trump si accinge a rendere pubblico il piano di pace per la Palestina. Aveva scelto di attendere che Netanyahu, suo alleato strategico, vincesse le elezioni per non costringerlo ad affrontare un tema così spinoso in campagna elettorale. Non tutto però è andato secondo le attese. Netanyahu ha vinto, ma non è riuscito a mettere insieme una coalizione per governare e presto si tornerà a votare. Il risultato è che Trump, a furia di rimandare il piano di pace per favorire Netanyahu, non ha fatto ancora niente in favore dei palestinesi. Anzi, riconoscendo Gerusalemme quale capitale d’Israele, ha peggiorato la loro situazione. È infatti diritto degli israeliani e dei palestinesi avere la propria capitale a Gerusalemme, ma Trump si è affrettato a riconoscere soltanto il diritto d’Israele. Non proprio un esempio d’imparzialità. Ecco perché il piano di pace è tanto atteso dagli ottimisti che, ancora una volta, resteranno delusi. Vi sono infatti due modi di concepire il conflitto israelo-palestinese. Il primo è ingenuo e il secondo è realistico. Dal punto di vista ingenuo, gli Stati Uniti hanno il potere di decidere la dinamica del conflitto e allora basterebbe la buona volontà di Trump per rianimare il processo di pace. Dal punto di vista realistico, invece, il conflitto è dominato dai rapporti tra Iran e Israele. Ciò accade perché i veri protagonisti di un conflitto non sono coloro che appaiono più spesso in televisione, come Trump, bensì coloro che possono usare le armi per uccidere. Israele non ha niente da temere dalle armi degli amici americani o dei deboli palestinesi. Deve però temere le armi dell’Iran. Il che significa che, fino a quando l’Iran avrà pessimi rapporti con Israele, non nascerà uno Stato di Palestina sovrano e indipendente con capitale a Gerusalemme est perché un simile Stato sarebbe abitato da Hamas e dalla Jihad Islamica che ricevono le armi dall’Iran per combattere contro Israele. Netanyahu, consentendo la nascita di uno Stato di Palestina, consentirebbe all’Iran di penetrare strategicamente a Gerusalemme Est per il tramite dei suoi alleati palestinesi, Hamas e Jihad Islamica. Siccome Trump ha un’alleanza di ferro con Netanyahu, opera per deteriorare i rapporti con l’Iran. Se infatti i rapporti tra Iran e Stati Uniti peggiorano, anche quelli tra Iran e Israele precipiteranno perché Netanyahu ha un interesse a cogliere tutte le occasioni per lasciare immutata la situazione attuale, in cui è dominante. Detto più semplicemente, la dinamica internazionale del conflitto è la seguente: cattivi rapporti tra Iran e Israele causano cattivi rapporti tra Israele e i movimenti palestinesi che causano cattivi rapporti tra Israele e l’Iran in una catena senza fine. Netanyahu vuole essere in cattivi rapporti con l’Iran ed è grato a Trump di deteriorarli. Nessuno Stato sceglie di spogliarsi di un territorio strategico su cui esercita il dominio, a meno che non sia costretto a farlo da un altro Stato con la forza o sotto la minaccia della forza. Netanyahu intende continuare a dominare i territori palestinesi perché non esiste alcuno Stato che possa attaccare Israele. Non di certo la Siria, l’acerrimo nemico ridotto in macerie. La condizione ideale, per Netanyahu, è che tutto resti com’è e questo richiede che i rapporti con l’Iran restino come sono e cioè pessimi. Ciò aiuta a comprendere perché Netanyahu scatenò una lotta furibonda contro Obama. Migliorando i rapporti con l’Iran, Obama avrebbe reso più arduo giustificare l’occupazione dei territori palestinesi. Obama, che voleva la pace, perseguiva la pacificazione con l’Iran; Trump opera per peggiorare i rapporti con l’Iran perché reputa che il suo legame strategico con Netanyahu sia più importante del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato. Promuovendo, nello stesso tempo, un piano di pace e lo scontro con l’Iran, Trump mantiene viva la dinamica internazionale del conflitto e i territori palestinesi rimangono occupati. La questione israelo-palestinese è diventata un sotto-conflitto del più ampio conflitto tra Iran e Israele. Ogni colpo sparato nello stretto di Hormuz, dove si sta aprendo un nuovo fronte tra Iran e Stati Uniti, è un colpo sparato contro la pace in Palestina.

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Articolo apparso sul “Messaggero”, per gentile concessione del direttore

di Alessandro Orsini

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