Turchia: Istanbul, ripetizione delle municipali del 31 marzo

Pubblicato il 22 giugno 2019 alle 13:29 in Medio Oriente Turchia

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I cittadini residenti a Istanbul torneranno alle urne, domenica 23 giugno, per esprimere nuovamente le loro preferenze in un nuovo round di elezioni amministrative, a distanza di tre mesi dalla prima votazione, denunciata per brogli elettorali dal presidente turco.

La Commissione elettorale suprema della Turchia (YSK), dopo la disamina delle obiezioni sollevate dai partiti politici, che hanno avuto tre giorni per presentare denunce relative al processo elettorale, ha accolto il ricorso presidenziale e deciso, attraverso voto di maggioranza e con giudizio non appellabile, la ripetizione del voto amministrativo del 31 marzo a Istanbul.

L’esito di tale elezione aveva sancito la vittoria ufficiosa del candidato sindaco dell’opposizione, Ekrem Imamoglu. Egli era stato votato da oltre 16 milioni di turchi nella prima tranche elettorale, è il candidato del principale partito di opposizione, il Republican People’s Party (CHP), e aveva vinto con un piccolo margine contro  Binali Yildirim, il candidato presentato dal partito al governo, il partito di Giustizia e Sviluppo (AK Party). Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva presentato un appello segnalando brogli ed  “eccessive” irregolarità. Il suo partito aveva totalizzato oltre il 50% dei voti a livello nazionale, ma aveva perso le elezioni amministrative nelle tre maggiori città del Paese: Istanbul, Ankara e Izmir.

Imamoglu è rimasto in carica per soli 18 giorni, prima che la Commissione elettorale si pronunciasse sulla ripetizione del voto, e si è pronunciato sulla vicenda definendo questo nuovo voto una “battaglia per la democrazia”, che viene sfidata e messa alla prova. I candidati, nella vigente situazione in cui versa il Paese, si sono focalizzati, nelle loro campagne elettorali, sulla lotta contro disoccupazione, povertà e carovita.

Il Republican People’s Party (CHP) ha promesso che ridurrà i costi dell’acqua del 40% e fornirà sostegno mensile alle famiglie nei bisogni primari, quali la distribuzione di derrate alimentari, in particolare latte gratuito, ai meno abbienti. L’AK Party, dal canto suo, si è spinto più in là, arrivando ad assicurare una riduzione dei costi del 46% sulle bollette dell’acqua, e del 10% sul gas, oltre a forme assistenziali mensili alle famiglie più povere.

Secondo Soner Cagaptay, direttore del Programma di Ricerca Turco presso il Washington Institute, questo evento rappresenta un punto di svolta per il Paese mediorientale. Cagaptay ha spiegato che mai, nella storia della Turchia, si era prodotta una simile situazione, con un tale esito pronunciato dal Consiglio elettorale, da quando lo Stato aveva assunto le sembianze di una democrazia multipartitica nel 1950: “È la prima volta che il partito sconfitto non accetta l’esito”.

In una situazione di contrazione economica e finanziaria come quella attraversata dalla lira turca nel corso del 2018, in cui la moneta ha perso il 30% del suo valore d’acquisto, alcuni elettori sono apparsi critici nei confronti di Erdogan. Nella settimana precedente al voto del 31 marzo, il presidente aveva ribadito che i problemi economici della nazione sono causati da deliberati attacchi delle potenze occidentali, che tentano di “bloccare la strada della grande e potente Turchia”. Prima di queste elezioni amministrative, Erdogan aveva tenuto circa un centinaio di comizi in tutto il Paese, con particolare focus su Istanbul e ad Ankara. Infine, la giornata elettorale era stata segnata da violenze nel sud-est del Paese, dove due membri di un piccolo partito, l’Islamist Felicity Party, un osservatore elettorale e un funzionario addetto alla sicurezza, sono stati uccisi da alcuni proiettili, nella provincia di Malatya. Inoltre, a Diyarbakir, 2 persone sono rimaste ferite, dopo essere state accoltellate in un litigio tra candidati.  Il governo turco aveva preventivamente dispiegato misure di sicurezza massicce, con 553.000 poliziotti e altre forze di sicurezza operative in tutto il Paese.

Le elezioni di domenica 31 marzo, in cui i cittadini turchi avevano votato per eleggere sindaci e altri funzionari locali in tutto il Paese, sono state le prime da quando Erdogan ha assunto più ampi poteri presidenziali, dopo la vittoria del 24 giugno 2018, e per questo hanno rappresentato una prova del nove per il suo governo, che è stato criticato per la politica economica prefissatasi e per il rispetto dei diritti umani.

Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Gulen. Ankara, da parte sua, afferma invece che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. La Turchia aveva richiesto l’estradizione dell’imam turco, senza però avere successo. I funzionari degli Stati Uniti hanno dichiarato che le prove presentate contro Gulen sono insufficienti e non sarebbero ritenute sufficienti per un processo, in un tribunale americano.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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