Stati Uniti, Trump: dietrofront con l’Iran per risparmiare 150 vite

Pubblicato il 22 giugno 2019 alle 11:44 in Iran USA e Canada

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Il presidente americano, Donald Trump, ha reso noto di aver cambiato idea e fermato il raid aereo punitivo previsto contro Teheran, venerdì 21 giugno, perché tale contrattacco avrebbe potuto uccidere 150 iraniani; così dicendo, si è reso disponibile al dialogo con il Paese mediorientale.

In una serie di messaggi sul suo profilo Twitter, all’alba di venerdì 21 giugno, ora locale, Trump ha spiegato il motivo del dietrofront militare nei seguenti termini: “Lunedì, hanno abbattuto un drone senza equipaggio che volava in Acque Internazionali. Eravamo pronti a rispondere, la scorsa notte, su 3 diversi punti, quando ho chiesto quante persone sarebbero morte. 150 signore, è stata la risposta di un Generale. 10 minuti prima del raid aereo l’ho stoppato, non sarebbe proporzionato all’abbattimento di un drone senza equipaggio”. Poi il leader della Casa Bianca ha aggiunto di “non avere fretta”, in quanto l’esercito americano è stato ricostruito al completo, ed è “nuovo e pronto ad agire, di gran lunga il migliore al mondo”. Infine, Trump ha rassicurato i cittadini statunitensi che, nonostante l’halt delle operazioni notturne contro Teheran, le sanzioni stanno facendo effetto, e altre ancora sono state aggiunte dopo l’incidente del drone, concludendo che l’Iran non potrà mai avere armi nucleari, “né contro gli USA, né contro il mondo”.

Durante un’intervista per la NBC News andata in onda nella serata di venerdì 21 giugno, il presidente americano ha affermato: “Non sto cercando la guerra, e qualora scoppiasse, sarebbe un annientamento come non avete mai visto prima. Ma non la sto cercando”. Dopo la trasmissione e un incontro con i giornalisti, un corrispondente della NBC, Chuck Todd, ha confermato che Trump non ha dettato condizioni preliminari per i negoziati con l’Iran, e che è intenzionato a parlare con l’omologo del Paese mediorientale, Hassan Rouhani, o con il Leader Supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei.

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, nella giornata di venerdì ha commentato che tanto Berlino quanto i leader degli altri Paesi dell’Unione Europea sono “preoccupati”, e sostengono “negoziati diplomatici, e una soluzione politica per una situazione molto tesa”.

Le conseguenze delle tensioni non sono tardate. Dopo gli eventi di giovedì e venerdì, le forze americane si stanno preparando, in via preventiva, a evacuare quasi 400 persone che lavorano per la Lockheed Martin Corp e la Sallyport Global da una base militare irachena situata a nord di Baghdad. Alcune compagnie aeree internazionali, invece, hanno riprogrammato tratte e voli appositamente per evitare lo spazio aereo controllato dall’Iran sopra lo Stretto di Hormuz e il Golfo di Oman.

Tanto i consiglieri dell’amministrazione Trump quanto politici e deputati a Washington si sono mostrati divisi sull’utilità o meno di un eventuale attacco all’Iran. Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, il consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, e il direttore della CIA, Gina Haspel, avevano dato la loro approvazione a una tempestiva risposta militare. Un ufficiale ha riferito: “C’era completa unanimità tra i consiglieri del presidente e alla leadership del Dipartimento di Difesa in merito a rispondere appropriatamente alle attività dell’Iran: Il presidente ha preso la decisione finale”. Altri funzionari del Pentagono, invece, insieme a gran parte dei Democratici, si sono detti sollevati, temendo che una simile azione innescasse una pericolosa e inarrestabile escalation di tensioni, mettendo in serio pericolo le forze americane nella regione.

Il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro l’Iran, giovedì 20 giugno, in risposta all’abbattimento di un drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno, ma poche ore prima del lancio dell’operazione, venerdì 21 giugno, aveva poi cambiato idea e deciso di annullare l’offensiva. Teheran si era difeso sostenendo che il drone si trovasse nello spazio aereo iraniano e volasse sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto, tuttavia Washington ha continuato a rigettare la versione iraniana e ha ribadito che il velivolo stava attraversando un’area compresa nello spazio aereo internazionale.

La rivalità tra Stati Uniti e Iran è alta ormai da diversi mesi. Quello di maggio è stato il periodo più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio 2019, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute da Teheran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il livello di preoccupazione è salito anche durante il mese di giugno. Il 13 giugno, due piattaforme petrolifere situate nel Golfo di Oman, a largo delle coste dell’Iran, sono state danneggiate dall’esplosione di alcune mine. Le due imbarcazioni battevano una bandiera delle Isole Marshall, l’altra della Repubblica di Panama. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato Teheran di essere tra i responsabili dell’attacco. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che si tratta di accuse infondate e dimostrerebbero che una “squadra B” starebbe mettendo in atto una “diplomazia del sabotaggio”. Tale squadra sarebbe composta dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, dal sovrano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Ibn Zayed, dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il 18 giugno, Washington ha deciso di inviare 1.000 nuovi soldati in Medio Oriente per “motivi difensivi”.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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