Turchia: 151 ergastoli per il colpo di Stato del 2016

Pubblicato il 21 giugno 2019 alle 17:18 in Medio Oriente Turchia

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Un tribunale della Turchia ha condannato 151 persone all’ergastolo, in una delle più importanti sentenze relative al fallito colpo di stato, avvenuto il 15 luglio 2016.

Tra i condannati figurano numerosi generali e ufficiali dell’esercito, che avevano preso il controllo del quartier generale dello Stato Maggiore. Questi avevano poi fatto prigioniero il generale Hulusi Akar, che al tempo era capo delle forze armate e ora è ministro della Difesa della Turchia. I media turchi hanno riferito che 128 di questi individui hanno ricevuto “condanne a vita aggravate”, che prevedono condizioni dure senza condizionale. Molti degli imputati sono stati condannati a numerosi ergastoli per crimini che vanno dall’omicidio al tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale.

Centinaia di migliaia di persone sono state arrestate e sottoposte a processi di massa per gli eventi verificatisi durante il colpo di Stato in decine di basi militari e istituzioni governative. Le prove più importanti sono state raccolte nella sede dello Stato Maggiore, dove i comandanti militari anziani sono stati fatti prigionieri, e nella base aerea di Akinci, che è stata utilizzata come centro operativo per il colpo di Stato. Tra condannati figura anche il generale Akin Ozturk, ex comandante delle forze aeree turche e il più alto ufficiale coinvolto nei fatti del 15 febbraio 2016. Il generale Ozturk era presente nella base di Akinci nella notte del colpo di Stato, con un ruolo importante. Diciassette uomini sono stati condannati per tentato omicidio ai danni di Erdogan. Questi, secondo il tribunale turco, avrebbero complottato di rapire il presidente, trasferirlo in una località costiera per poi ucciderlo. Ali Yazici, che era l’assistente militare di Erdogan, figura tra i condannati. Altri 33 uomini sono stati assolti.

Ergastolo anche per Fethullah Gulen, l’imam e politologo turco che vive negli Stati Uniti, fondatore dell’omonimo movimento politico. Ankara aveva immediatamente accusato Gulen di aver orchestrato il colpo di Stato del 2016, ma l’imam nega di aver mai preso parte a tali iniziative. I critici del presidente turco, invece, accusano Erdogan di aver utilizzato il putsch fallito come pretesto per fermare il dissenso, in particolare tramite fenomeni di epurazione e censura. L’arresto di personalità ritenute vicine al religioso corrisponde alla politica portata regolarmente avanti da Erdogan in seguito al tentato golpe.

Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Gulen. Ankara, da parte sua, afferma invece che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. La Turchia aveva richiesto l’estradizione dell’imam turco, senza però avere successo. I funzionari degli Stati Uniti hanno dichiarato che le prove presentate contro Gulen sono insufficienti e non sarebbero ritenute sufficienti per un processo, in un tribunale americano.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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