Tunisia: sbarcati 75 migranti con l’obbligo di rimpatrio

Pubblicato il 21 giugno 2019 alle 14:13 in Immigrazione Tunisia

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Un gruppo di 75 migranti è sbarcato in Tunisia dopo aver passato 20 giorni in mare, a bordo di una nave commerciale. Tutti i sopravvissuti rischiano ora il rimpatrio nei propri Paesi d’origine.            

Tra i migranti ci sono 64 bengalesi, 9 egiziani, 1 marocchino e 1 sudanese. Metà di questi sono minorenni, alcuni non accompagnati. I sopravvissuti sono stati salvati il 31 maggio dalla Maridive 601 e hanno trascorso le successive settimane in mare aperto, poiché non trovavano un porto che li facesse attraccare. “La nave è stata ignorata dalle autorità italiane e maltesi, anche se si trovava in difficoltà ed era in acque internazionali”, ha dichiarato un portavoce di Alarm Phone, un servizio di emergenze per i migranti nel Mediterraneo, che è stato contattato dai membri dell’equipaggio della Maridive 601. “Questa rappresenta una violazione del diritto internazionale e delle convenzioni marittime”, ha aggiunto il portavoce.

I migranti hanno dovuto affrontare lunghe giornate difficili a bordo della nave, sotto il sole e con scarse quantità di cibo ed acqua. Secondo quanto riferito dal quotidiano inglese The Guardian, la scabbia si è diffusa sulla nave e molte delle persone a bordo erano in condizioni critiche a causa di fratture e lesioni che si erano procurati durante l’operazione di salvataggio. Secondo i testimoni, la tensione psicologica a bordo della Maridive 601 è stata molto alta, sia per i migranti, sia per i membri dell’equipaggio. La Mezzaluna Rossa tunisina ha riferito che l’autorizzazione a sbarcare nel porto di Zarzis, nella costa meridionale della Tunisia, sarebbe stata subordinata all’accettazione del rimpatrio volontario da parte dei migranti.

“Siamo felici per i sopravvissuti. Sono esausti, alcuni sono traumatizzati, ma li accompagneremo in modo da poter finalmente trovare sollievo e riflettere sulle alternative a loro disposizione “, ha dichiarato Wajdi Ben Mhamed, capo della Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). L’OIM ha affermato che il suo team di protezione assisterà queste persone e ” fornirà, per coloro che lo hanno richiesto, assistenza per il ritorno volontario nel loro Paese di origine”. Tuttavia, i parenti di alcuni dei sopravvissuti del Bangladesh hanno riferito che i migranti sono stati minacciati di rimanere senza cibo, acqua e cure mediche se non avessero accettato il rimpatrio. Non è ancora chiaro quale sarà il destino di queste persone, ma Medici Senza Frontiere ha avvertito che la Tunisia non può essere considerata un rifugio sicuro per migranti e rifugiati, dato che non dispone di un sistema per le richieste d’asilo funzionante. “I luoghi sicuri più vicini per i soccorsi nel Mediterraneo centrale sono l’Italia o Malta”, ha aggiunto poi un portavoce dell’organizzazione.

Da quando Salvini è stato nominato ministro dell’Interno, il primo giugno 2018, ha inaugurato una politica rigida e intransigente nei confronti del fenomeno migratorio, chiudendo i porti italiani alle imbarcazioni delle Ong e delle missioni europee. Ne è conseguito che i migranti e i rifugiati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica vengono riportati sistematicamente nei centri di detenzioni libici, i quali dovrebbero essere gestiti dal Ministero dell’Interno di Tripoli. In realtà, la maggior parte di tali strutture è in mano ai gruppi armati, i quali non tutelano in alcun modo i migranti. Le persone detenute in Libia vivono in condizioni pessime, sono soggetti a torture e abusi, secondo i testimoni che sono passati per tali strutture. Secondo quanto ha riferito Al-Jazeera, il 2 marzo 2019, 30 migranti, tra cui alcuni minori, erano stati rinchiusi in una cella sotterranea, dove sono stati torturati per aver cercato di scappare per protestare contro le condizioni precarie degli stranieri in Libia. Tale informazione è stata confermata dall’International Rescue Committee, il quale fornisce assistenza medica all’interno del centro di detenzione di Triq al Sikka.

La struttura non è nuova ad episodi di protesta. Lo scorso ottobre, un 28enne somalo che era stato riportato nel centro dalla Guardia Costiera dopo aver cercato di fuggire, si è dato fuoco, affermando di non avere alcuna possibilità di scappare. Altri migranti che sono detenuti al suo interno hanno rivelato di essere tenuti al buio tutto il giorno, venendo picchiati e abusati regolarmente, senza ricevere alcun supporto medico. Alla luce di tali episodi, un portavoce europeo ha riferito che i centri di detenzione in Libia dovrebbero essere chiusi, poiché la situazione al loro interno non è accettabile. Allo stesso modo, Matteo De Bellis, di Amnesty International, ha riferito che, nel caso in cui gli abusi dovessero essere confermati, costituirebbero un altro caso di “violenza brutale” nei confronti di persone detenute arbitrariamente nel Paese nordafricano, all’interno di strutture “notoriamente abusive”. A suo avviso, le istituzioni ed i governi europei dovrebbero intervenire in maniera concreta per risolvere tale problema.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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