Stati Uniti e Iran a un passo dalla guerra: Trump ordina attacco ma poi ci ripensa

Pubblicato il 21 giugno 2019 alle 10:06 in Iran USA e Canada

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Il presidente Donald Trump ha ordinato un attacco contro l’Iran, giovedì 20 giugno, in risposta all’abbattimento di un drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno, ma poche ore prima del lancio dell’operazione ha cambiato idea e ha deciso di annullare l’offensiva.  

È quanto rivelano alcuni funzionari dell’amministrazione, che si sono espressi in condizione di anonimato, affermando che non è ancora chiaro il motivo per cui il presidente abbia deciso di ripensare alla sua mossa. Non si sa nemmeno se si tratti di un annullamento totale dell’intervento o di una semplice sospensione strategica.

Che Trump avesse deciso effettivamente di dare il via a un attacco contro obiettivi iraniani per vendicare il precedente abbattimento del drone americano lo rivelano diverse fonti autorevoli, tra cui The New York Times e Washington Post. Inoltre, nella giornata di giovedì, il presidente aveva affermato che l’Iran aveva “commesso un grave errore” decidendo di distruggere il velivolo militare degli Stati Uniti. Teheran si era difeso sostenendo che il drone si trovava nello spazio aereo iraniano e volava sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto. Ma Washington ha continuato a rigettare la versione iraniana e ha ribadito che il velivolo stava attraversando un’area compresa nello spazio aereo internazionale. Nella conferenza stampa di giovedì alla Casa Bianca, alla domanda di un giornalista che chiedeva se gli Stati Uniti avessero intenzione di attaccare la Repubblica Islamica, Trump aveva risposto: “Lo scoprirete presto”.

L’amministrazione del presidente non ha fatto alcun annuncio formale di una possibile azione militare nella giornata di giovedì. E non c’è stata nemmeno nessuna reazione immediata da parte di Teheran. Tuttavia, secondo testimonianze ufficiali, Trump aveva deciso, in serata, di attaccare diversi obiettivi militari iraniani, tra cui radar e batterie di missili. Gli stessi funzionari diplomatici e di sicurezza, dopo un’intensa discussione alla Casa Bianca, si aspettavano un’operazione da un momento all’altro. Quando l’intervento è stato annullato, gli aerei erano già in volo e le navi erano in posizione, ma nessun missile aveva ancora ricevuto l’ordine di essere sparato.

I consiglieri dell’amministrazione Trump si sono mostrati divisi sull’utilità o meno di un eventuale attacco all’Iran. Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, il consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, e il direttore della CIA, Gina Haspel, avevano dato la loro approvazione a una tempestiva risposta militare. Altri funzionari del Pentagono, invece, avevano avvertito che una simile azione rischiava di comportare una pericolosa e inarrestabile escalation di tensioni, mettendo in serio pericolo le forze americane nella regione.

La rivalità tra Stati Uniti e Iran è alta ormai da diversi mesi. Quello di maggio è stato il periodo più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio 2019, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute da Teheran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il livello di preoccupazione è salito anche durante il mese di giugno. Il 13 giugno, due piattaforme petrolifere situate nel Golfo di Oman, a largo delle coste dell’Iran, sono state danneggiate dall’esplosione di alcune mine. Le due imbarcazioni battevano una bandiera delle Isole Marshall, l’altra della Repubblica di Panama. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato Teheran di essere tra i responsabili dell’attacco. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che si tratta di accuse infondate e dimostrerebbero che una “squadra B” starebbe mettendo in atto una “diplomazia del sabotaggio”. Tale squadra sarebbe composta dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, dal sovrano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Ibn Zayed, dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il 18 giugno, Washington ha deciso di inviare 1.000 nuovi soldati in Medio Oriente per “motivi difensivi”.

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Chiara Gentili

di Redazione

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