Giordania: la pace tra Israele e Palestina può fermare la diffusione dell’estremismo

Pubblicato il 20 giugno 2019 alle 18:33 in Israele Palestina

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Il re della Giordania, Abdullah II, ha affermato che il conflitto tra Israele e Palestina infiamma la radicalizzazione e l’estremismo in tutto il mondo. Presentando il suo discorso alla Conferenza internazionale sulle società coese, tenutasi a Singapore, il re ha sollecitato l’unità religiosa tra i popoli, ponendo l’enfasi sulla soluzione della causa palestinese come mezzo per affrontare l’estremismo in tutto il mondo.

“Il conflitto israelo-palestinese ha alimentato la discordia e il radicalismo globale”, ha dichiarato Abdullah sostenendo la versione dei due Stati. “Tutti abbiamo bisogno di una pace duratura, che soddisfi i bisogni di entrambe le parti: uno Stato palestinese autonomo, indipendente e sovrano, sulle linee del 1967, con Gerusalemme Est come capitale, che viva fianco a fianco con Israele, in pace e sicurezza”, ha aggiunto.

Il re ha anche precisato che Gerusalemme, che rischia di un’annessione illegale da parte di Israele, deve rappresentare il centro unificante di tutte e tre le religioni abramitiche. “Dobbiamo salvaguardare Gerusalemme, una città santa per miliardi di persone in tutto il mondo. Come custode hascemita dei luoghi santi islamici e cristiani di Gerusalemme, sono vincolato da un dovere speciale: per tutti noi, Gerusalemme dovrebbe essere, e deve essere, una città unificante di pace”, ha affermato il leader giordano.

La Giordania è uno dei due Paesi della Lega araba, insieme all’Egitto, che hanno legami ufficiali con Israele. Il Regno è stato recentemente criticato per aver espresso l’intenzione di partecipare alla futura conferenza, organizzata dagli Stati Uniti, sul progetto di uno Stato palestinese. Il summit “Peace to Prosperity” si svolgerà dal 25 al 26 giugno in Bahrein ed è stato fortemente respinto dai leader palestinesi, che hanno affermato di non essere stati consultati in merito alla conferenza. “Non siamo stati contattati da nessuna delle parti per partecipare alla riunione di Manama”, ha affermato il Segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Saeb Erekat. “Non manderemo nessuna delegazione a negoziare per nostro conto”, ha aggiunto. La scorsa settimana, il portavoce dell’Autorità palestinese, Ibrahim Melhem, ha altresì dichiarato: “Esorto l’Egitto e la Giordania a non partecipare alla conferenza del Bahrein”.

L’OLP e Hamas hanno chiesto ai Paesi arabi il boicottaggio dell’incontro, considerandolo un tentativo di ricompensa finanziaria in cambio dell’accettazione dell’occupazione israeliana in corso. Secondo le autorità della Palestina, qualsiasi piano di pace americano che ignori le aspirazioni politiche del popolo palestinese per uno Stato indipendente è destinato a fallire.

Il seminario economico, tuttavia, non affronterà le parti più controverse del conflitto, ovvero i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi palestinesi e la sicurezza di Israele. Si prevede però la discussione di investimenti su larga scala e attività infrastrutturali da sviluppare nei territori palestinesi. La conferenza riunirà i leader di diversi governi, della società civile e del settore imprenditoriale.

Durante l’incontro, è dunque attesa la presentazione ufficiale della parte economica del cosiddetto “Accordo del Secolo”, il piano di pace dell’amministrazione Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il contenuto dell’accordo, in realizzazione da almeno due anni, è ancora perlopiù sconosciuto. È probabile però che per essere realizzato il piano richieda miliardi di dollari, devoluti in aiuti finanziari ai palestinesi, da parte degli Stati del Golfo, ricchi di petrolio.

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

Il 25 marzo, a Washington, il presidente americano Donald Trump ha firmato un decreto nel quale gli Stati Uniti riconoscono la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. L’atto ha in pratica formalizzato la dichiarazione di Trump del 21 marzo, con la quale il presidente degli USA aveva affermato che era giunto il momento per gli Stati Uniti “di riconoscere pienamente” la sovranità israeliana sul Golan.

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Chiara Gentili

di Redazione

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