Stati Uniti, Pompeo: “L’Arabia Saudita non recluta bambini soldato”

Pubblicato il 19 giugno 2019 alle 12:08 in Arabia Saudita USA e Canada

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Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha impedito l’inserimento dell’Arabia Saudita nella lista del governo americano dei Paesi che reclutano bambini soldato.

Tale decisione si è posta in evidente contrasto con i report in possesso degli Stati Uniti secondo cui la coalizione a guida saudita si fosse servita di minori armati nella guerra civile in Yemen. I bambini soldato sarebbero, secondo i report dell’ufficio di Stato per la lotta al traffico di esseri umani, stati reclutati in Sudan, per poi essere trasferiti in territorio saudita. Tuttavia, gli informatori non erano concordi sullo Stato che esercitava controllo sui minori. Secondo alcuni, i bambini soldato dipendevano dagli ufficiali sudanesi. Secondo altri, invece, erano sotto l’autorità dei sauditi.

Da parte sua, un portavoce della coalizione a guida saudita, il colonnello Turki al-Malki, ha dichiarato che “le accuse in merito al reclutamento dei bambini soldato sono assolutamente scorrette e non sono basate su alcuna prova o scoperta”. Al contrario, al-Malki ha accusato i nemici dei sauditi di essersi serviti di minori armati.

In tale contesto, la dichiarazione di Pompeo ha suscitato diverse critiche da parte di alcuni attivisti in materia di diritti umani, i quali hanno ipotizzato che l’amministrazione Trump stia dando priorità alla sicurezza e agli interessi economici americani in Arabia Saudita, Paese che risulta essere uno dei principali acquirenti delle armi di Washington.

Tra i principali oppositori della scelta di Pompeo, il democratico Bob Menendez, membro della commissione Affari Esteri del Senato, che ha dichiarato che “non vi è più alcun limite a quello che l’Amministrazione Trump è in grado di fare per coprire le violazioni in materia di diritti umani e di diritto internazionale portate avanti dall’Arabia Saudita”.

In linea con le dichiarazioni di Menendez, la direttrice della sede di New York dell’ONG Human Rights Watch, Sarah Margon, ha dichiarato che “tale decisione mostra chiaramente come l’amministrazione Trump stia utilizzando forme di manipolazione politica e stia oscurando l’evidenza, ai danni dei bambini, al fine di proteggere l’Arabia Saudita”.

A tale riguardo, un responsabile dell’ufficio di Stato per la lotta al traffico di esseri umani ha dichiarato a Reuters che “gli Stati Uniti condannano l’illecito reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato. Per tale ragione, diamo molta importanza all’interruzione di tale pratica, ovunque essa accada”.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno provveduto ad inserire il Sudan nella lista dei Paesi che reclutano i minori, dopo che lo Stato di Khartoum era stato rimosso nel 2018.

Da parte sua, un portavoce delle Forze di supporto rapido sudanesi, le unità paramilitari del Paese, ha dichiarato che “in base alla legge del Sudan, non possiamo reclutare minori”, senza fornire ulteriori dettagli.

Il report finale sul traffico di esseri umani, realizzato annualmente dagli Stati Uniti, verrà rilasciato giovedì 20 giugno.

In base alla legge sulla prevenzione del reclutamento dei bambini soldato, adottata dagli Stati Uniti nel 2008, il Dipartimento di Stato è tenuto ogni anno a stilare una lista di Paesi che si servono di “qualunque persona minore di 18 anni che partecipa attivamente, in qualità di membro delle forze armate nazionali, nelle ostilità”.

I Paesi che si trovano in tale lista non possono ricevere da parte degli Stati Uniti alcuna forma di aiuto, né addestramento o armi. Il provvedimento non si applica ai Paesi indicati dal presidente che vengono esentati per motivi di “interesse nazionale”.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono, da un lato, i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sanaa, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah; dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. Il conflitto nel Paese è considerato nella regione mediorientale una guerra per procura (dall’inglese, proxy war) disputata tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Tuttavia, gli Houthi hanno sempre respinto l’accusa di prendere ordini da Teheran, e si dicono in rivolta contro la corruzione statale.

Finora, da quanto hanno riferito le Nazioni Unite e alcune agenzie di monitoraggio e gruppi umanitari, la guerra civile yemenita ha causato la morte di oltre 10.000 persone, e ha esacerbato una carestia nazionale spingendo il Paese sull’orlo di una grave crisi umanitaria.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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