Libia: attacco aereo contro un deposito petrolifero

Pubblicato il 19 giugno 2019 alle 10:02 in Africa Libia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Un deposito petrolifero appartenente alla compagnia libica Mellitah Oil & Gas, è stato oggetto di un attacco aereo, martedì 18 giugno.

La compagnia libica è una joint venture tra la National Oil Corporation (NOC) e l’azienda italiana ENI. L’attacco al deposito, situato a Tajoura, nella periferia orientale di Tripoli, è il primo dichiarato sin dall’inizio della campagna del generale Khalifa Haftar per la riconquista della capitale.

Secondo quanto riportato, tre dipendenti sono stati feriti e portati in ospedale. Tuttavia, sono state registrate anche ingenti “perdite materiali”, sebbene non sia stato dichiarato cosa ci fosse di preciso all’interno del deposito. Il presidente della NOC, Mustafa Sanalla, ha affermato, in seguito all’incidente, di aver assistito in prima persona alla distruzione delle strutture, oltre alle continue minacce che minano sia la vita dei lavoratori sia la continuità della produzione.

Lo scorso 16 giugno la stessa compagnia ha altresì riportato di aver scoperto un incendio nei pressi dei giacimenti petroliferi nel Sud di Tripoli, ed in particolare presso serbatoi di GPL, in magazzini situati sulla strada che conduce all’aeroporto.  Una squadra di vigili del fuoco è riuscita a spegnere l’incendio, scongiurando una “catastrofe umanitaria ed ambientale”. Secondo alcune dichiarazioni della NOC, sembra che l’incendio sia scaturito da un attacco avvenuto la sera del 15 giugno.

La joint venture esporta petrolio e gas attraverso un porto situato a circa 100 km ad Ovest di Tripoli, vicino al confine con la Tunisia. All’inizio del mese di giugno, la National Oil Corporation aveva messo in guardia da un possibile crollo della produzione di petrolio a causa della guerra nel Sud di Tripoli. Tuttavia, nell’ultimo anno, la Libia è riuscita a produrre più di un milione di barili di petrolio al giorno, oltre a generare una delle maggiori percentuali di utili negli ultimi 5 anni.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 94.000 sfollati.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.