Egitto, Morsi: conclusi funerali, Amnesty chiede indagini

Pubblicato il 18 giugno 2019 alle 13:22 in Africa Egitto

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A un solo giorno dalla sua morte in aula, l’ex presidente egiziano, Mohammed Morsi, ha ricevuto il proprio rito funebre, in una cerimonia chiusa e ristretta ai familiari.

I funerali si sono tenuti la mattina di martedì 18 giugno, nella moschea del carcere di Tora, al Cairo, per poi proseguire con la sepoltura della salma nel cimitero statale del quartiere di Nasr City, dove sono sepolti diversi leader islamisti. Secondo quanto riportato dal figlio di Morsi, la sepoltura del padre nel cimitero di Nasr City è stata imposta dalle autorità, che avevano precedentemente negato ai familiari di trasportare la salma nella città natale dell’ex presidente, nel distretto di Sharqia.

Secondo quanto riportato da Reuters, in occasione dei funerali il Cairo non ha adottato misure di sicurezza speciali. Tale decisione risulta contrastante con quanto comunicato il giorno precedente dal Ministero dell’Interno egiziano, secondo cui sarebbero stati posizionati “migliaia di posti di blocco” nel Paese, specie in prossimità di punti sensibili. La dichiarazione rilasciata dagli uffici del Ministero era scaturita dall’intenzione di prevenire e contrastare eventuali “elementi terroristici”, con un probabile riferimento all’organizzazione dei Fratelli Musulmani, di cui Morsi era membro.

In tale contesto, Stando a quanto reso noto da Reuters, i media statali, “fortemente controllati” dalle autorità, non avrebbero dato opportuna risonanza al rito funebre di Morsi.  In particolare, solo uno dei quotidiani egiziani, l’Al-Masry Al-Youm, sembrerebbe aver dedicato la prima pagina all’ex presidente Morsi. Le altre testate avrebbero dedicato poco spazio, senza menzionare il suo passato da presidente, o ignorato la morte dell’ex leader dei Fratelli Musulmani.  In linea con ciò, secondo quanto riportato dal The New Arab, le autorità avrebbero negato l’accesso dei reporter al cimitero e alla città natale dell’ex leader egiziano.

Tale approccio risulta diametralmente opposto all’attenzione che la morte di Morsi ha attirato a livello internazionale, specie in riferimento ai temi riguardanti i diritti umani e il trattamento dei detenuti in carcere.

Tra gli attori internazionali che si sono esposti, l’ONG Amnesty International ha chiesto di avviare immediatamente le indagini sulla morte di Morsi, dal momento che “solleva importanti interrogativi sul trattamento che ha ricevuto mentre si trovava in prigione”. In particolare, ha chiesto l’ONG, “le autorità egiziane devono assolutamente avviare immediatamente indagini imparziali e trasparenti sulla sua morte, sulle sue condizioni mentre si trovava in prigione e sul suo accesso alle cure sanitarie di cui aveva bisogno”.

Le richieste dell’ONG derivano da alcuni dubbi sul trattamento subito da Morsi nei suoi 6 anni di prigione. Durante il periodo di reclusione, Morsi ha potuto incontrare i suoi familiari 3 volte, l’ultima delle quali avvenuta nel settembre del 2018. Stando a quanto riportato da Al Jazeera English, l’ex presidente egiziano aveva alcuni problemi di salute, essendo affetto da diabete e da insufficienza renale ed epatica. Tuttavia, a Morsi sembrerebbero essere state negate le cure necessarie. Tale elemento, insieme alle condizioni in cui l’ex presidente era obbligato a sottostare, tra cui la misura di isolamento forzato per 23 ore al giorno, aveva fatto concludere che Morsi sarebbe potuto essere vittima di “morte prematura”.

Da parte loro, i Fratelli Musulmani hanno chiesto agli egiziani di “recarsi nei pressi delle ambasciate egiziane nel mondo”, dal momento che “l’improvvisa, veloce e ristretta maniera in cui il regime militare egiziano ha condotto i funerali di Morsi solleva ulteriori dubbi sulla sua morte e intensifica le richieste per un’inchiesta medica indipendente”.

Mohammed Morsi era stato democraticamente eletto nel giugno 2012, dopo che la Primavera Araba aveva nel 2011 rovesciato il regime di Mubarak, al potere da circa 30 anni. In seguito a numerose proteste popolari contro il suo governo, Morsi, nel mese di luglio 2013, era stato rovesciato dai militari e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani, accusati di aver “collaborato con Hamas”.

A seguito del rovesciamento del governo di Morsi, l’ascesa al potere di al-Sisi, avvenuta l’8 giugno 2014, a seguito del colpo di stato militare, ha scatenato le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai. I ribelli hanno focalizzato i loro attacchi contro le forze di sicurezza e la minoranza cristiana egiziana, rendendo critica la questione della stabilità nel Paese. Le tecniche più utilizzate dai terroristi sono le autobombe, i rapimenti, il posizionamento di ordigni esplosivi e assassinii mirati. 

Tra le diverse organizzazioni terroriste attive in Egitto, Fratellanza Musulmana è il movimento islamista più antico del Paese, finalizzato a plasmare una società governata dalla legge islamica. È stato fondato nel 1928, ma ha rinunciato a qualsiasi uso della violenza negli anni ’70, per abbracciare ideali democratici, sebbene alcuni rami locali e alcuni ex membri siano stati coinvolti in operazioni terroristiche. Il movimento è stato poi bandito nel 2013 in seguito alla presa del potere dall’attuale leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che ha lanciato una dura repressione contro la Fratellanza, dichiarata organizzazione terroristica nel dicembre 2013.

Insieme ad al-Sisi, nel mese di aprile 2019 l’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, stava spingendo per inserire la Fratellanza Musulmana nella lista delle organizzazioni terroristiche.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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