Libia: Al-Serraj propone un forum libico

Pubblicato il 17 giugno 2019 alle 16:51 in Africa Libia

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Le Nazioni Unite, domenica 16 giugno, hanno accolto l’iniziativa del premier del governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Serraj, che mira a trovare una soluzione politica per la crisi libica.

Nel corso di una conferenza stampa, Al-Serraj ha avanzato la proposta di organizzare un forum a livello nazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite e, nello specifico, con il coordinamento della delegazione dell’Onu in Libia. A tale incontro, potrebbero partecipare i rappresentanti di tutti i partiti libici, di ogni area, e coloro che chiedono una soluzione pacifica e democratica. L’obiettivo è tracciare una road map e trovare una base costituzionale che porti ad elezioni presidenziali e legislative entro la fine del 2019.

Secondo l’iniziativa del premier, inoltre, vi sarebbe un comitato giuridico incaricato di redigere leggi sui diritti specifici derivanti dalle elezioni, oltre a comitati congiunti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, formati da membri di istituzioni esecutive e di sicurezza di tutte le regioni, al fine di fornire le risorse necessarie a garantire misure di sicurezza e diritti per tutte le parti.

Alla base dell’incontro proposto da al-Serraj vi sarebbero alcuni obiettivi di cui discutere, tra cui il raggiungimento di un’amministrazione decentralizzata, un uso ottimale delle risorse finanziarie del Paese, una giustizia inclusiva per lo sviluppo di tutte le zone libiche, la garanzia di trasparenza e buona governance. Il premier ha poi parlato della possibile istituzione di un corpo supremo di riconciliazione e di un meccanismo volto a promuovere una legge in materia di giustizia di transizione e l’amnistia.

Il primo ministro libico ha poi sottolineato che, in tale fase, l’efficienza del proprio governo sarà migliorata, specialmente nel campo dei servizi, dell’economia e della sicurezza. Verrà poi completata la revisione delle entrate e delle spese della Banca centrale di Tripoli, continueranno ad essere emanate disposizioni in materia di sicurezza e sarà costituita un’istituzione militare che includerà membri dell’esercito e dei rivoluzionari di tutta la Libia. Inoltre, il premier libico ha chiesto di aprire un’inchiesta internazionale sui “crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità” commessi nell’attacco a Tripoli.

Nella stessa giornata, al-Serraj ha altresì rilasciato delle dichiarazioni in cui ha affermato che non accetterà colloqui di pace con il capo dell’Esercito Nazionale Libico, Khalifa Haftar. Inoltre, secondo il premier, le probabilità di un cessate il fuoco sono basse.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 82.000 sfollati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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