Hong Kong: folla di manifestanti reclama dimissioni del Capo Esecutivo

Pubblicato il 16 giugno 2019 alle 12:29 in Asia Hong Kong

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Decine di migliaia di cittadini di Hong Kong si sono riuniti in protesta, domenica 16 giugno, nonostante la decisione governativa di sospendere la modifica controversa a una legge che potrebbe ledere l’autonomia della città.

La manifestazione è iniziata nel pomeriggio di sabato. Già dal mattino, la folla si è iniziata a riunire al Victoria Park, luogo storico dove si ricorda ogni anno, il 4 giugno, la protesta di piazza Tienanmen. Il luogo era stato il punto di partenza per una manifestazione incentrata sullo stesso tema della legge di estradizione già la settimana precedente, quando, secondo gli organizzatori dell’evento, avevano aderito alla protesta oltre un milione di cittadini. Secondo i dati delle forze dell’ordine, il bilancio ammontava a 240.000. Sabato 16 giugno, molti manifestanti hanno tenuto in mano piccoli mazzi di fiori bianchi, tributo in onore di un cittadino che, nel corso delle precedenti mobilitazioni, era caduto, perdendo la vita, fuori da un centro commerciale di lusso nel distretto economico di Admiralty.

La marcia organizzata nel weekend giunge all’indomani dello storico dietrofront del Capo Esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, con il quale la leader ha messo in standby, per un lasso di tempo indefinito, l’emendamento alla legge sull’estradizione che aveva causato lo scoppio delle proteste, a pochi giorni di distanza dalla decisione governativa di portarlo avanti. I manifestanti hanno voluto comunque scendere in piazza, taluni reclamando le dimissioni della politica hongkonghese, altri intenzionati a strappare la promessa che tale riforma venga rimossa permanentemente dall’agenda del governo locale. L’ex consigliere legislativo e attivista Lee Cheuk Yan ha spiegato ai giornalisti che la legge, ora in stallo, potrebbe essere ripresa da Carrie Lam “in qualsiasi momento”, e ha aggiunto che è importante continuare a mostrare al governo la ferma opposizione cittadina in merito alla questione, soprattutto alla luce degli arresti e delle violenze verificatisi nella giornata di mercoledì.

Mercoledì 12 giugno, la polizia di Hong Kong aveva lanciato gas lacrimogeno, sparato proiettili di gomma e spray al peperoncino contro migliaia di manifestanti che avevano riempito le strade dell’isola per raggiungere il palazzo del governo regionale. Il bilancio dei feriti contava 80 persone tra manifestanti, giornalisti e ufficiali delle forze dell’ordine.

Si tratta della maggiore crisi politica degli ultimi anni che vede studenti e attivisti per i diritti umani schierati contro il governo di Hong Kong che intendeva approvare una legge sull’estradizione. Tale legge avrebbe permesso di inviare detenuti direttamente in Cina, con la sola approvazione del governatore dell’isola, ed è stata vista come un ulteriore rafforzamento del controllo di Pechino e dell’erosione delle libertà civili.

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 con un accordo tra Cina e Regno Unito, di cui l’isola era colonia, che garantiva all’ex-colonia il mantenimento della Base Law, una sorta di costituzione basata sul diritto anglosassone che tutela le libertà fondamentali e i diritti umani e le permetteva di mantenere un sistema giuridico e legislativo autonomo rispetto a quello della Cina Continentale, secondo il principio “un Paese, due sistemi”. Negli ultimi anni, però, Pechino ha iniziato a influenzare sempre di più la vita politica dell’isola.

La proposta di emendamento, in discussione da maggio nell’organismo legislativo di Hong Kong, intendeva creare un meccanismo di estradizione basato su un approccio caso per caso per le richieste di estradizione verso Paesi che non rientrano nei trattati di estradizione esistenti, Cina continentale, Taiwan e Macao incluse. Attualmente, la legge di Hong Kong nota come “Fugitive Offenders Ordinance” permette alle autorità dell’isola di consegnare i criminali o i fuggitivi ad altre giurisdizioni solo tramite approvazione dell’organismo legislativo. L’emendamento in discussione avrebbe rimosso questa necessità di esamina da parte del potere legislativo e avrebbe lasciato il potere decisionale in mano al governatore.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione