Iran: ultimatum sul nucleare tra tensioni con USA

Pubblicato il 15 giugno 2019 alle 15:29 in Iran USA e Canada

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Teheran continuerà a ridurre la sua aderenza all’accordo sul nucleare, a meno che gli altri Paesi firmatari non mostrino “segnali positivi”, ha affermato il presidente iraniano, Hassan Rouhani, sabato 15 giugno, all’indomani delle accuse di Washington per l’attacco alle petroliere nel Golfo di Oman. 

“Ovviamente, l’Iran non può attenersi a questo accordo unilateralmente”, ha riferito Rouhani ai leader di Mosca e Pechino e altri 23 Paesi asiatici durante la Conferenza per l’Interazione e le Misure di Fiducia in Asia (CICA, dall’inglese: Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia), che ha avuto luogo nella capitale del Tajikistan, Dushanbe. “È necessario che tutte le parti coinvolte in questo accordo contribuiscano a ripristinarlo”, ha aggiunto il capo di Stato, spiegando che l’Iran ha bisogno di assistere a “segnali positivi” e tangibili da parte degli altri Paesi firmatari del Joint Comprehension Plan of Action, ossia, allo stato attuale, la Russia, la Cina, il Regno Unito, la Francia e la Germania.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha in seguito annunciato all’assemblea che Mosca terrà fede all’accordo, e ha esortato tutti gli altri Stati firmatari a fare altrettanto, affermando: “Crediamo che l’unica decisione sensata sia che tutti i partecipanti onorino i loro impegni”.

Rouhani non ha chiarito nei dettagli quali siano, però, le azioni richieste da parte del suo Paese, né quali misure intende intraprendere in caso di mancanza di tali segnali. Tuttavia, già l’8 maggio, Teheran aveva annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015, affermando che avrebbe ripreso ad arricchire uranio ad alti livelli, a meno che le principali potenze europee non proteggessero, di lì a 60 giorni, l’economia iraniana dalle sanzioni americani. La Francia e gli altri Paesi europei firmatari del trattato hanno detto di voler salvaguardare l’accordo, tuttavia numerose aziende europee hanno in seguito rescisso dagli accordi in piedi con Teheran, dietro pressioni degli Stati Uniti. Giovedì 6 giugno, Macron aveva annunciato che tanto Parigi quanto Washington intendono impedire a Teheran di rifornirsi di armamenti nucleari, e desiderano avviare nuove trattative sulla limitazione del suo programma riguardante i missili balistici. 

I commenti di sabato del leader iraniano fanno seguito alla recente escalation che ha visto il presidente americano, Donald Trump, additare il Paese mediorientale in merito alla duplice esplosione delle petroliere situate all’imbocco del Golfo di Oman, avvenuta giovedì 13 giugno. Teheran si è detta innocente, respingendo ogni accusa.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, è giunto l’annuncio di Teheran sulle limitazioni non più rispettate in materia di riduzione del nucleare. Il 15 maggio, Washington ha poi ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione, scaturiti in particolare dagli attriti tra Stati Uniti e Iran. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute dall’Iran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il Joint Comprehension Plan of Action (JCPA) era stato firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. L’intesa prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali imposte alla Repubblica Islamica, in cambio dell’impegno di quest’ultima a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica e nemmeno ad interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è ritirato dall’accordo sul nucleare, l’8 maggio e ha, di conseguenza, reimposto le sanzioni sul Paese, il 7 agosto, ai danni di 3 importanti settori dell’economia iraniana: quello siderurgico, quello automobilistico e quello finanziario. In particolare, le misure restrittive limitano l’accesso alle materie prime e alle parti essenziali e colpiscono le transazioni in dollari, rial, oro e metalli preziosi.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

 Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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