Attacchi a petroliere nel Golfo di Oman, Trump: “È stato l’Iran”

Pubblicato il 15 giugno 2019 alle 11:25 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno incolpato Teheran degli attacchi alle due petroliere all’ingresso del Golfo di Oman, e si sono detti alla ricerca di consenso internazionale contro le minacce alla sicurezza dei carichi via mare, nonostante l’Iran abbia respinto le accuse di coinvolgimento nella duplice esplosione.

“È stato l’Iran, e lo sapete che è così, perché avete visto l’imbarcazione”, ha esordito, venerdì 14 giugno, il presidente americano, Donald Trump, su Fox News. Il capo della Casa Bianca faceva riferimento a un video pubblicato il giorno prima dall’esercito statunitense, nel quale, a suo dire, alcune Guardie della Rivoluzione iraniane vengono colte in fallo mentre sono in procinto di far esplodere le due petroliere, la Front Altair norvegese e la giapponese Kokuka Courageous, proprio all’imbocco del Golfo di Oman. L’accusa era stata già respinta, giovedì 13 giugno, da Teheran, secondo cui il video “non prova alcunché”, se non che l’Iran viene preso come “capro espiatorio”. “Queste accuse sono allarmanti”, ha commentato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi. Il Paese mediorientale ha a sua volta puntato il dito contro Washington e i suoi alleati regionali, quali l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, incolpandoli di  fare “propaganda bellica” attraverso le continue accuse a suo danno.

Sempre venerdì, il Segretario alla Difesa americano, Patrick Shanahan, ha annunciato che l’amministrazione Trump è intenta ad aumentare il consenso internazionale in seguito ai recenti avvenimenti. Alla domanda sull’ipotetica intenzione degli USA di inviare altre truppe o capacità militari in Medio Oriente,  Shanahan si è detto possibilista, rispondendo: “Come sapete, continuiamo sempre a mettere in conto varie eventualità.” Poi il Segretario americano è tornato a enfatizzare l’’importanza del consenso globale in materia di sicurezza marittima: “Se considerate la situazione, una nave norvegese, una giapponese, il Regno dell’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti… il 15% dei flussi di petrolio mondiali viaggiano attraverso lo Stretto di Hormuz. Quindi, ovviamente, dobbiamo pensare a piani di emergenza in caso la situazione dovesse deteriorarsi. Dobbiamo anche ampliare il supporto verso di noi per questa situazione internazionale”.

Nella medesima giornata, il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha incoraggiato un’indagine indipendente sugli attacchi. Questi ultimi si sono verificati in un momento in cui Shinzo Abe, il premier del Giappone (uno dei principali Paesi compratori del petrolio iraniano fino all’imposizione delle sanzioni americane su Teheran) era in visita nella capitale iraniane in una missione volta alla costruzione della pace, e portava un messaggio da parte del presidente Trump. Tale messaggio, il cui contenuto non è noto, è stato in un secondo momento sminuito e criticato dai vertici iraniani.

A dare l’allarme per primo, giovedì 13 giugno, era stato il Regno Unito, attraverso il contingente della marina militare “United Kingdom Maritime Trade Operations” (UKMTO), attivo nell’Oceano Indiano quale punto di contatto per navi mercantili e militari, specie nelle aree del Mar Rosso, Golfo di Aden e Mare Arabico.

L’incidente è avvenuto a un mese esatto dai sabotaggi di Fujairah, subiti il 13 maggio da parte delle 3 navi dalle bandiere di Arabia Saudita, Norvegia e Emirati Arabi Uniti, le quali avevano subito attacchi di mine navali. Tali eventi erano stati condannati come tentativi di minare la sicurezza delle forniture di petrolio mondiali.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq.

Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione, scaturiti in particolare dagli attriti tra Stati Uniti e Iran. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute dall’Iran, contro le navi saudite ed emiratine.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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