Libia: l’escalation a Tripoli continua

Pubblicato il 13 giugno 2019 alle 15:42 in Africa Libia

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L’asse di combattimento nel Sud di Tripoli, ha assistito, sin dalle prime ore del 13 giugno, ad un’escalation di tensioni tra le forze del governo di Tripoli e l’Esercito Nazionale Libico (LNA). Questi ultimi si sono scontrati lanciando missili e artiglieria pesante.

In particolare, la zona interessata dagli scontri è la strada che collega l’aeroporto e Ain Zara, sull’asse Wadi Al-Rabie. Tuttavia, le esplosioni sarebbero state udite anche negli altri distretti circostanti. Il portavoce del centro informazioni dell’operazione “Vulcano di rabbia”, Mustapha al-Majai, ha dichiarato che le forze del governo di Tripoli si sono ritrovate ad affrontare degli attacchi aerei “atroci” e violenti nelle postazioni militari dell’LNA. Quest’ultimo, guidato del generale Khalifa Haftar, avrebbe continuato a difendersi con forza.

A detta del portavoce, i combattimenti sono ancora in corso, senza, però, alcun progresso significativo. Tuttavia, le forze del governo di Tripoli sono determinate a proseguire per liberare quanto prima l’area meridionale della capitale libica. Queste, inoltre, avrebbero precedentemente preso il controllo dell’area di Ramla, compiendo un passo in avanti verso la liberazione dell’area dalle forze di Haftar, e continuando a salvaguardare le proprie posizioni di Ain Zara e Wadi al-Rabie.  

Tale escalation giunge un giorno dopo il meeting di Tunisi tra Egitto, Tunisia e Algeria del 12 giugno. I ministri degli Esteri dei 3 Paesi, nel corso di una conferenza stampa a margine dell’incontro, hanno invitato le parti coinvolte nel conflitto in Libia al cessate il fuoco immediato, a riprendere il processo politico e a porre fine alle ostilità tra le diverse fazioni. La soluzione politica è considerata l’unica plausibile per risolvere la crisi in Libia, al contrario di qualsiasi soluzione militare o intervento straniero. Tunisi, Il Cairo e Algeri si sono altresì impegnate a profondere sforzi congiunti con le Nazioni Unite ed il Consiglio di Sicurezza, invitando la comunità internazionale a mobilitarsi per frenare i combattimenti nel Paese. Lo scopo continua ad essere la pace, la sicurezza e la stabilità.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 82.000 sfollati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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