Sudan: stop alle proteste di Khartoum, ma violenze in Darfur

Pubblicato il 12 giugno 2019 alle 12:34 in Africa Sudan

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I leader dei gruppi di opposizione del Sudan hanno accettato di interrompere la campagna di disobbedienza civile lanciata domenica 9 giugno. La decisione è scaturita dalla scelta degli attivisti di partecipare al dialogo sulla formazione di un governo civile.

È quanto riportato, martedì 11 giugno, da un diplomatico etiope inviato in Sudan, l’ambasciatore Mahmoud Dirir, la cui attività di mediazione aveva avuto inizio venerdì 7 giugno, a seguito della visita in Sudan del premier dell’Etiopia, Abiy Ahmed, che aveva proposto la composizione di un governo transitorio di 15 persone, di cui 8 civili e 7 militari.

Se da un lato la proposta di Abiy era stata accettata dai membri dei partiti dell’opposizione, i quali avevano comunicato di aver iniziato ad individuare gli 8 politici da nominare, non era stata inizialmente ben vista dal governo militare.

Tuttavia, stando agli aggiornamenti riportati dal diplomatico etiope, i militari sembrerebbero aver cambiato idea e, ha riferito Dirir, “il Consiglio di Transizione Militare ha deciso di liberare alcuni prigionieri politici, come misura di rafforzamento della fiducia”.

Parallelamente al coinvolgimento dell’Etiopia, le vicende in Sudan avevano interessato anche gli Emirati Arabi Uniti, che, secondo quanto ricostruito da Reuters, sarebbero finanziatori e sostenitori del governo militare di al-Burhan. Stando alle dichiarazioni di Abu Dhabi, rilasciate martedì 10 giugno, il Ministero degli Affari Esteri del Paese aveva avviato un’azione di dialogo e di mediazione tra l’opposizione di Khartoum e la giunta militare, al fine di promuovere “una transizione politica regolarmente organizzata”.

In tale contesto, tuttavia, la scelta degli attivisti di sospendere la campagna di disobbedienza civile “non è legata ad alcuno specifico sviluppo politico”, ha affermato uno dei leader dell’opposizione, Khaled Omar. Per quanto concerne le nomine della componente civile del governo di transizione, ha reso noto l’Associazione dei Professionisti del Paese, parte attiva nella protesta, “l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento rivelerà i nomi dei propri componenti del consiglio di transizione e del primo ministro a tempo debito”.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo, ma tali colloqui sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti. Nel corso della protesta del 3 giugno, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti. Secondo le stime dell’associazione dei medici del Sudan, parte attiva nella protesta, le vittime potrebbero ammontare almeno a 108.

Sebbene le proteste nella capitale del Paese, Khartoum, si siano fermate, mercoledì 12 giugno, l’ONG Amnesty International ha riferito che nella regione del Darfur, nell’area orientale del Sudan, le forze di sicurezza nazionale abbiano commesso “crimini contro l’umanità e gravi violazioni dei diritti umani”. In particolare, secondo quanto riportato dalla ONG, le forze paramilitari avrebbero “raso al suolo interi villaggi” e sarebbero responsabili di “alcune uccisioni e alcuni casi di violenza sessuale”.

Stando a quanto ricostruito dalla testata The New Arab, le unità paramilitari di Khartoum, le Forze di Supporto Rapido (RSF), sarebbero state mobilitate da al-Bashir durante il conflitto in Darfur iniziato nel 2003. Le RSF erano state ritenute colpevoli di crimini contro l’umanità e, per tale ragione, l’ex presidente al-Bashir venne arrestato in seguito alle proteste dell’11 aprile del 2019. L’ex presidente risulta attualmente indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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