Giappone: premier in Iran dopo oltre 40 anni

Pubblicato il 12 giugno 2019 alle 13:29 in Giappone Iran

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, è arrivato, mercoledì 12 giugno, a Teheran, con l’obiettivo di incrementare l’influenza del Giappone nello scacchiere internazionale. Nel corso della visita, Abe incontrerà il leader supremo, Ayatollah Ali Kamanei, e il presidente, Hassan Rouhani.

La visita di Abe a Teheran, la prima visita di un premier giapponese in tale Paese dopo oltre 40 anni, avviene in un momento delicato, caratterizzato dalle crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran sul tema del nucleare.

In tale contesto, il Giappone intende incrementare il proprio peso nello scenario internazionale ponendosi come mediatore tra i due Paesi. Allo stesso tempo, la visita di Abe potrebbe portare anche numerosi vantaggi al premier giapponese, che potrebbe tornare a Tokyo con maggiore popolarità e considerazione, configurandosi come statista globale. Tale beneficio d’immagine potrebbe rivelarsi particolarmente utile in vista delle prossime elezioni del mese di luglio.

La visita del premier giapponese in Iran avviene a pochi giorni di distanza dall’arrivo del presidente Trump a Tokyo, lo scorso 28 maggio. Tale coincidenza sembrerebbe sostenere la tesi secondo cui il Giappone voglia porsi come mediatore tra Stati Uniti e Iran. In tale contesto, secondo quanto riportato dalla BBC, il primo ministro giapponese aveva avuto modo di confrontarsi con il presidente Trump il giorno prima di partire per Teheran.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, gli Stati Uniti hanno schierato la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq.

Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione, scaturiti in particolare dagli attriti tra Stati Uniti e Iran. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute dall’Iran, contro le navi saudite ed emiratine.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Jasmine Ceremigna

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.