Sudan: membri dell’opposizione deportati, Egitto offre aiuto

Pubblicato il 11 giugno 2019 alle 12:33 in Egitto Sudan

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In Sudan sarebbero emerse testimonianze in merito alla deportazione di 3 membri dell’opposizione e sull’uccisione di ulteriori 4 persone. In tale contesto, l’Etiopia si è proposta come mediatore, mentre l’Egitto sostiene i militari. 

Sono questi gli ultimi sviluppi della campagna di disobbedienza civile in Sudan, iniziata domenica 9 giugno, che ha visto la partecipazione di manifestanti provenienti da tutto il Paese. Nel corso delle proteste, si sarebbe verificato un tentativo di repressione da parte delle forze di sicurezza nazionale, le quali avrebbero lanciato del gas lacrimogeno e ucciso almeno 4 persone. È quanto riportato dall’Unione dei medici del Paese, parte attiva nella protesta, i quali avrebbero stimato un bilancio di 118 morti a partire dal giorno della repressione da parte delle forze dell’ordine del sit-in organizzato lo scorso 3 giugno. I manifestanti chiedevano il trasferimento del potere a un governo civile.

A partire da tale data, il Paese è stato teatro di una serie di proteste e tentativi di repressione da parte delle forze dell’ordine. Queste ultime, secondo le testimonianze dei gruppi dell’opposizione, rilasciate lunedì 10 giugno, avrebbero arrestato e deportato forzatamente tre membri del Movimento Settentrionale di Liberazione del Popolo sudanese (SPLM-N), “a dimostrazione del fatto che il Consiglio militare non ha intenzione di trasferire il potere ai civili, né di raggiungere una situazione di pace”.

La composizione di un governo civile era quanto immaginato dal premier etiope Abiy Ahmed, che si era proposto venerdì 7 giugno quale mediatore per la risoluzione della crisi. Nel parere del primo ministro etiope rientrava la composizione di un governo di 15 persone, di cui 8 civili e 7 militari.

Se da un lato la proposta di Abiy era stata accettata dai membri dei partiti dell’opposizione, i quali avevano comunicato di aver iniziato ad individuare gli 8 politici da nominare, non è stata ben vista dal governo militare, il quale ha in risposta ricevuto il supporto dell’Egitto.

Tale Paese aveva comunicato, lunedì 10 giugno, di aver messo a diposizione del Sudan le “risorse umane necessarie” affinché il Consiglio militare potesse contrastare la campagna di disobbedienza civile.

“Si tratta di un’offerta molto seria che potrebbe essere implementata nei settori dell’aviazione civile e dell’elettricità”, avevano dichiarato alcune fonti del Ministero degli Affari Esteri egiziano.

Nel frattempo, il Consiglio militare di transizione ha riferito, martedì 11 giugno, di aver arrestato un numero indefinito di militari alla luce della repressione violenta della scorsa settimana. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale, la SUNA, e ripreso da Al Jazeera, il Consiglio avrebbe annunciato di aver ottenuto delle “prove preliminari” contro “un numero di militari delle forze di Stato, i quali sono stati arrestati prima di essere consegnati alle autorità giudiziarie, le quali esamineranno i casi con urgenza”.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo, ma tali colloqui sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti. Nel corso della protesta del 3 giugno, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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