Libia: embargo sulle armi prolungato di un anno

Pubblicato il 11 giugno 2019 alle 15:06 in Africa Libia

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, lunedì 10 giugno, ha adottato all’unanimità una risoluzione che estende l’embargo sulle armi in Libia per un altro anno.

Con questa decisione, l’Onu ha altresì autorizzato gli Stati membri e le organizzazioni regionali ad ispezionare le navi in mare aperto, sia destinate sia provenienti dalla Libia, nel caso in cui vi siano motivi ragionevoli per pensare che stiano trasportando armi, violando le sanzioni internazionali imposte sul Paese. Inoltre, secondo tale decisione, dopo 11 mesi dall’attuazione, il Segretario Generale dovrà presentare al Consiglio una relazione sullo stato della sua applicazione.

Il 15 giugno 2018, il Consiglio di Sicurezza aveva approvato la Risoluzione 2420, con cui le Risoluzioni 2292, del 2016, e 2357, del 2017, riguardanti la rigorosa applicazione dell’embargo sulle armi, sarebbero state prolungate per ulteriori 12 mesi.

In tale contesto, il mandato di ispezione è stato nuovamente esteso, fino al mese di giugno 2020, anche alla cosiddetta Operazione Sophia. Quest’ultima è stata lanciata il 22 giugno 2015 dall’Unione Europea, con lo scopo di contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale. Vi partecipano 26 Paesi su 28, ad esclusione di Danimarca e Slovacchia. Dall’ottobre 2016, gli ufficiali della missione sono impegnati nel sostegno e nell’addestramento della Guardia Costiera e della marina libica. 

Nello stesso anno, è stata adottata una risoluzione, permettendo alla navi che partecipano a tale operazione di ispezionare le imbarcazioni nel Mediterraneo sospettate di trasportare armi. Tuttavia, il 27 marzo 2019, a seguito della chiusura dei porti italiani, è stato negoziato un nuovo accordo da parte dell’Unione Europea, secondo cui il pattugliamento marittimo del Mediterraneo previsto dall’Operazione Sofia è stato affidato a delle pattuglie aeree e non più marittime.

Per la Francia, l’Operazione Sophia svolge un ruolo rilevante per la stabilità della Libia. A tal proposito, la vice rappresentante della Francia all’Onu, Anne Gueguen, ha dichiarato che la natura coercitiva di tale operazione limita le violazioni all’embargo e, allo stesso tempo, riduce i flussi di armi via mare.

Secondo il suo omologo tedesco, l’ambasciatore Juergen Schulz, l’invio di armi alla Libia ha rappresentato l’ostacolo principale alla ripresa di un processo politico del Paese e, pertanto, è giunto il momento, per i Paesi del Consiglio di Sicurezza, di intensificare gli sforzi e farsi carico delle proprie responsabilità, con il fine di applicare efficacemente l’embargo. Per l’ambasciatore, inoltre, fornire armi significa altresì rafforzare l’idea di una soluzione militare al conflitto e contribuisce alla mancata volontà, delle parti coinvolte, di favorire il cessate il fuoco.

Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, in una relazione circolata poche ore prima della decisione, ha invitato tutti i Paesi ad attuare un embargo in Libia su tutte le armi che circolano illegalmente via terra, mare e via aerea. Queste ultime alimentano ulteriormente il conflitto persistente in un Paese “ricco di petrolio”. Pertanto, a detta di Guterres, è estremamente importante mettere in atto tutte le misure per favorire una de-escalation delle tensioni, proteggere i civili e riportare sicurezza e stabilità nel Paese.

Sin dal 4 aprile scorso, data dell’inizio dell’offensiva su Tripoli, ad opera del generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, più volte è stato segnalato l’arrivo di diversi carichi di armi.

In tale cornice, il 9 giugno scorso, una delegazione europea si è recata a Tripoli per una serie di incontri con i responsabili libici della capitale, tra cui il presidente del Consiglio Presidenziale del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj, e il capo dell’Alto Consiglio di Stato, Khalid Al-Mishri. Lo scopo della delegazione, composta da diplomatici veterani, esperti di sicurezza, politici e giornalisti, è stato monitorare la situazione nella capitale, in particolare alla luce dell’offensiva di Haftar.

Nel corso degli incontri, Fayez al- Serraj ha nuovamente accusato il generale a capo dell’LNA di minare il processo politico, respingendo le elezioni e lo stato civile, e attraverso il suo attacco a Tripoli. Il presidente libico ha poi dichiarato che la Libia era in procinto di intraprendere una soluzione politica prima dell’offensiva di Haftar e dopo l’incontro ad Abu Dhabi del 28 febbraio scorso. In quest’ultima occasione, era stata esclusa una soluzione militare e sostenuta una strategia mirata alla costituzione di un unico esercito guidato da un’autorità civile.

Nell’incontro con la delegazione europea, inoltre, al- Serraj ha posto l’accento sulle perdite causate dall’attacco di Haftar, in termini umani e materiali, oltre alle ondate di sfollati e alle violazioni compiute dall’LNA che, a detta del presidente, dovrebbero essere classificate come crimini di guerra. Infine, secondo al-Serraj, Haftar sarebbe incoraggiato a proseguire su questa strada grazie anche al sostegno e alle armi ricevute da alcuni Paesi, di cui non vengono fatti nomi, con l’illusione che sarebbe stato possibile invadere la capitale in pochi giorni.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 607 persone, tra cui 40 civili e 3261 feriti, tra cui 117 civili, oltre a circa 82.000 sfollati.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale 

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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