Sudan: arrestati 2 leader ribelli dopo incontro con premier etiope

Pubblicato il 9 giugno 2019 alle 6:00 in Africa Sudan

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2 capi dei ribelli sudanesi sono stati arrestati, nella mattina di sabato 8 giugno, poco dopo aver incontrato il premier etiope, Abiy Ahmed, il quale è intento a mediare nella crisi che minaccia la stabilità del governo di transizione del Paese africano.

Venerdì 7 giugno, Abiy ha lanciato un appello ai vertici militari del Sudan e all’opposizione civile affinché si usasse “coraggio” nel tentare di accordarsi su misure volte al raggiungimento della democrazia, a causa delle violenze che hanno recentemente segnato lo Stato, e che rappresentano il più grave spargimento di sangue da quando è stato rovesciato, lo scorso aprile, il presidente Omar al-Bashir.

Sabato 8 giugno, dopo suddetto intervento, il Consiglio Militare di Transizione del Paese ha ringraziato pubblicamente l’Etiopia per i suoi sfozi di intermediazione, e ha espresso la sua “apertura e propensione a negoziare per raggiungere accordi soddisfacenti che portino a un consenso nazionale, volto all’avviamento di una transizione democratica”. A riferirlo è stata l’agenzia di stampa statale SUNA.

Tuttavia, due leader dell’opposizione che erano presenti all’incontro con Abiy nella giornata precedente, ossia Ismail Jallab, segretario generale del Movimento Popolare di Liberazione del Sudan del Nord (SPLM-N), e il portavoce del gruppo di ribelli armati, Mubarak Ardol, sono stati arrestati poche ore dopo tale riunione. Anche Mohammad Esmat, membro dell’alleanza di opposizione, la Declaration of Freedom and Change Forces (DFCF), era stato incarcerato poco tempo prima dopo un incontro con il premier etiope.

Khalid Omar Yousef, un leader della DFCF, ha commentato gli arresti affermando che una simile reazione da parte del consiglio militare corrisponde a un vero e proprio rifiuto verso gli sforzi di mediazione del primo ministro etiope.

Abiy si era offerto di mediare dopo la stagnazione dei negoziati tra la DFCF e il Consiglio militare di Transizione (TMC) per decidere chi dovesse presiedere il governo e condurre il Paese attraverso il periodo di transizione prima delle elezioni volte a instaurare la democrazia in Sudan, e in particolare dopo lo scoppio delle violenze tra i ribelli e le forze governative. Le truppe sudanesi avevano fatto incursione in una manifestazione di protesta di alcuni cittadini, fuori dal Ministero della Difesa di Khartoum, e dozzine di persone sono rimaste uccise, lunedì 3 giugno. Il personale medico delle forze di opposizione ha contato 113 vittime causate dal raid delle forze dell’ordine nel campo in protesta; il governo ha stimato il bilancio a un totale di 61, tra cui 3 membri dei servizi di sicurezza.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo, ma tali colloqui sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti. Nel corso della protesta del 3 giugno, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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