Stati Uniti: politici esigono chiarezza sulla Libia

Pubblicato il 9 giugno 2019 alle 12:00 in Libia USA e Canada

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Un gruppo di politici americani di entrambi i partiti ha chiesto all’amministrazione del presidente, Donald Trump, di fare chiarezza sulla politica degli Stati Uniti in merito alla Libia, affermando che nel Paese nordafricano i gruppi armati stanno approfittando dell’ambiguità della posizione della Casa Bianca per portare avanti il conflitto.

Nella giornata di venerdì 7 giugno, in una lettera indirizzata al Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, 8 membri della Camera dei Rappresentanti hanno lanciato un appello alla Casa Bianca affinché faccia luce sulla sua posizione nei confronti del conflitto in Libia, ed esprima “chiaramente” che condanna l’offensiva militare avviata dal generale  Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con la quale il comandante mira alla conquista di Tripoli, capitale del governo riconosciuto a livello internazionale. Nella lettera, i membri della Commissione degli Affari Esteri hanno argomentato che la “lettura generica” della conversazione telefonica di Trump con Haftar ha provocato una ambiguità diffusa presso i cittadini e fuori dai confini nazionali in merito alla posizione americana. Il gruppo, che include sia democratici sia repubblicani, ha inoltre aggiunto: “I gruppi armati libici ora stanno sfruttando quella confusione sulla politica americana come pretesto per continuare il conflitto, minando ulteriormente le prospettive di una risoluzione politica e minacciando la stabilità regionale”. I politici in questione hanno spiegato che “il conflitto protratto” sta ricreando lo stesso “vuoto di sicurezza” che è stato sfruttato dall’Isis nel 2014 per instaurare in Libia il suo affiliato più potente al di fuori dei confini siriani e iracheni. Puntualizzando che lo Stato Islamico ha già rivendicato 6 attacchi da quando sono iniziati gli scontri a Tripoli, i deputati hanno scritto: “Il modo migliore per scongiurare ulteriori attacchi terroristici è quello di raggiungere una tregua e tornare al processo politico”. La lettera si conclude con il gruppo che richiede, pertanto, a Pompeo, di “chiarire pubblicamente che gli Stati Uniti si oppongono a una soluzione militare in Libia, e condannano tutti i soggetti che stanno minando la stabilità e perpetrando violenza”.

Nel frattempo, sempre venerdì 7 giugno, dopo un incontro a Washington con ufficiali e funzionari americani, Ahmed Maetig, il vice primo ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino, ha affermato che gli USA stanno dalla loro parte, ossia “con il governo legittimo della Libia”. Maetig ha poi aggiunto di aver chiesto agli Stati Uniti di usare la loro influenza per fermare il supporto fornito ad Haftar dai suoi alleati regionali. Dalla Casa Bianca l’incontro è stato commentato con prudenza e senza sbilanciamenti in nessuno dei due sensi, e un ufficiale americano, in condizioni di anonimato, ha genericamente affermato che l’amministrazione USA vuole che le due fazioni riprendano il dialogo per raggiungere una soluzione pacifica.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso.

Washington, in un primo momento, aveva intimato ad Haftar di sospendere “immediatamente” la campagna militare US, tramite una dichiarazione di Pompeo datata al 7 aprile. In un secondo tempo però, il 15 aprile, Trump aveva intrattenuto un colloquio telefonico con il generale di Tobruk, riconoscendone il “ruolo significativo nella lotta al terrorismo e nella messa in sicurezza delle risorse petrolifere della Libia”.

Da parte sua, Tripoli ha risposto all’offensiva di Haftar con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Sino ad ora, il bilancio delle vittime causate dagli scontri è di circa 600 persone, a cui si aggiungono oltre 80.000 civili costretti a fuggire dalle proprie case.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con Khalifa Haftar. L’Esercito Nazionale Libico di Haftar riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia mentre il Qatar e la Turchia appoggiano il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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