Iran sul nucleare: proposta dialogo USA “non genuina”, europei non tengono fede agli accordi

Pubblicato il 8 giugno 2019 alle 14:24 in Iran USA e Canada

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Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha respinto una proposta francese di più ampi negoziati sul nucleare, e ha criticato l’offerta di dialogo di Washington, definendola non “genuina”, viste le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti su Teheran.

“È bastato aspettare una sola settimana affinché la volontà del presidente americano di dialogare con l’Iran si rivelasse vana”, ha dichiarato Mousavi, sabato 8 giugno, aggiungendo: “La politica americana della massima pressione è una politica sconfitta. Hanno paura di ogni tipo di guerra o possibile conflitto con l’Iran”. Il portavoce di Teheran ha infine sottolineato che le offerte statunitensi a intraprendere trattative senza condizioni preliminari sono false.

 Venerdì 7 giugno, l’Iran ha inoltre respinto la proposta, presentata dal presidente francese, Emmanuel Macron, di coinvolgimento in un più ampio dialogo internazionale circa le ambizioni militari e nucleari di Teheran. In tale occasione, ancora una volta il portavoce Mousavi ha commentato che l’unico argomento di discussione può essere il trattato sul nucleare già esistente, il Joint Comprehension Plan of Action (JCPA), stipulato il 14 luglio 2015 a Vienna con le maggiori potenze mondiali e abbandonato dagli Stati Uniti a maggio 2018 per volere del presidente, Donald Trump. “In tali circostanze, parlare di tematiche che esulano dall’accordo porterà soltanto a maggiore sfiducia tra i rimanenti paesi firmatari del trattato. Gli europei finora hanno fallito nel tenere fede ai loro impegni presi da accordi e a proteggere gli interessi dell’Iran dopo il ritiro illegale dell’America”. 

Giovedì 6 giugno, Macron aveva annunciato che tanto Parigi quanto Washington intendono impedire a Teheran di rifornirsi di armamenti nucleari, e desiderano avviare nuove trattative sulla limitazione del suo programma riguardante i missili balistici.

Sabato 1 giugno, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, aveva fatto intendere che il suo Paese avrebbe potuto aprirsi al dialogo con gli Stati Uniti, ma solo se Washington si fosse mostrata “rispettosa”, e Teheran, a ogni modo, non sarebbe stata portata al tavolo negoziale attraverso sanzioni e pressioni.

Proprio venerdì, gli Stati Uniti hanno innescato nuove sanzioni contro la Persian Gulf Petrochemical Industries Company,  il più grande gruppo petrolchimico iraniano e uno dei principali nella regione mediorientale, per via del suo supporto indiretto al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), una misura volta ad arginare gli introiti economici indirizzati alle forze militari iraniane, ma definita dagli esperti pregna di valenza simbolica. Il giorno prima, Trump aveva affermato che l’Iran sta fallendo in quanto nazione, sotto la pressione delle sanzioni americane, e ha esortato Teheran ad acconsentire alle trattative con Washington. Mousavi ha risposto all’appello l’indomani, definendo i commenti del presidente americano “ripetitivi, immotivati e paradossali”, e replicando che non meritano neppure una risposta.

Il clima di tensione tra i due Paesi è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, il ministro iraniano del Petrolio ha dichiarato che i Paesi del Golfo stavano sovrastimando le loro capacità di produzione petrolifera.  Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015, a causa della crescente pressione americana contro la Repubblica Islamica e del mancato intervento dei Paesi europei a tale riguardo. A complicare ulteriormente il quadro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno subito una serie di attacchi contro mezzi navali e infrastrutture legate alla produzione di greggio nel Golfo Persico, nelle giornate del 13 14 maggio. Le forze ribelli sciite yemenite, gli Houthi, tradizionalmente sostenuti dalla Repubblica Islamica nella loro rivolta, hanno rivendicato la responsabilità degli assalti. Teheran ha, tuttavia, affermato di non essere coinvolta in nessun modo in tali eventi, nonostante le accuse dell’Arabia Saudita. Infine, mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump, in un tweet pubblicato il 19 maggio, volendo mettere in guardia il regime iraniano dalle conseguenze delle minacce che continuavano ad arrivare contro gli USA. Il tweet è giunto a seguito di un attacco contro la capitale irachena di Baghdad, avvenuto la stessa domenica 19 maggio, e che ha colpito la cosiddetta Zona Verde, dove si trovano edifici governativi e rappresentanze diplomatiche, con un razzo Katiusha. L’assalto si è verificato a pochi metri dall’ambasciata americana in Iraq.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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