EAU, Arabia Saudita, Norvegia: i risultati delle indagini sugli attacchi alle navi

Pubblicato il 7 giugno 2019 alle 17:25 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti Iran

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Gli Emirati Arabi Uniti (EAU), insieme alla Norvegia e all’Arabia Saudita, hanno dichiarato in sede ONU che i risultati delle prime indagini sugli attacchi alle navi subiti il 12 maggio hanno evidenziato come si trattasse di un’operazione “sofisticata e coordinata”, portata avanti molto probabilmente da un attore statale.

Le indagini, presentate in occasione di un incontro informale nella sede della delegazione emiratina presso le Nazioni Unite, erano state avviate dopo che 2 petroliere saudite hanno riferito di aver subito un tentativo di “sabotaggio”, insieme ad una nave degli EAU e una petroliera norvegese.

Secondo quanto ricostruito, gli attacchi richiedevano forti abilità di navigazione da parte di imbarcazioni veloci e sommozzatori professionisti. Questi ultimi avrebbero posizionato le mine sulla superficie immersa delle imbarcazioni, realizzando il tutto in maniera molto precisa.

I tre Stati hanno anche affermato di credere che fosse opera di più squadre di persone, che avrebbero coordinato la detonazione delle cariche esplosive in meno di un’ora.

In occasione del briefing, EAU, Arabia Saudita e Norvegia hanno dichiarato che le indagini sarebbero proseguite.

Dopo circa due settimane dagli attacchi, gli Stati Uniti, nella persona del consigliere in materia di sicurezza nazionale, John Bolton, avevano indicato gli iraniani come responsabili dell’accaduto, affermando di avere la “certezza quasi assoluta che le mine navali utilizzate provenissero dall’Iran”. 

Nel documento consegnato alle Nazioni Unite in occasione del briefing, secondo quanto riportato da Reuters, non è stata fatta menzione del presunto responsabile. Tuttavia, l’ambasciatore saudita presso l’ONU, Abdallah Y Al-Mouallimi, ha dichiarato alla stampa: “Crediamo che la responsabilità di questa operazione appartenga all’Iran. Non abbiamo alcuna esitazione nel portare avanti tale affermazione”.

Da parte sua, l’Iran ha respinto le accuse di essere il responsabile del sabotaggio, definendo tali insinuazioni “ridicole”.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, gli Stati Uniti hanno schierato la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq.

Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione, scaturiti in particolare dagli attriti tra Stati Uniti e Iran. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute dall’Iran, contro le navi saudite ed emiratine.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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