Sudan: oltre 100 morti, attivisti rifiutano dialogo, ONU ritira diplomatici

Pubblicato il 6 giugno 2019 alle 10:32 in Africa Sudan

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Continuano le tensioni a Khartoum, in Sudan, a seguito dell’intervento delle milizie, avvenuto lunedì 3 giugno, in repressione del sit-in degli attivisti che chiedevano il trasferimento dei poteri a un governo civile.

Il bilancio dei morti è in costante aumento e, secondo le stime dell’associazione dei medici del Sudan, parte attiva nella protesta, le vittime potrebbero ammontare almeno a 108, inclusi i 40 corpi che sono stati riesumati dal Nilo martedì 4 giugno. Tali dati, tuttavia, divergono dalle dichiarazioni ufficiali del Ministero della Salute sudanese, il quale stima che il numero dei morti non superi le 46 vittime.

Dinanzi a tali numeri, gli attivisti hanno espresso il proprio rifiuto totale di riaprire il dialogo con i militari reggenti, i quali, sebbene avessero inizialmente deciso di annullare quanto accordato fino a prima dell’intervento, avevano proposto, mercoledì 5 giugno, di riaprire il dialogo con gli attivisti a seguito della risonanza internazionale degli eventi. “Oggi il consiglio militare ci ha invitato a discutere, ma contemporaneamente spaventa i cittadini per le strade della città”, ha spiegato Madani Abbas Madani, leader del movimento “Libertà e Cambiamento”, attivo nella protesta.

La vita a Khartoum “è davvero difficile”, ha spiegato Hajooj, uno degli attivisti. “Andare in giro per la capitale è molto arduo e sentiamo costantemente sparatorie. Il governo di transizione militare ferma le persone per strada, controlla le loro tasche, i telefoni cellulari e deruba le persone. Non è sicuro. Ci sono anche voci di stupri e risse. Hanno interrotto il collegamento ad internet, ora gli attivisti non possono più condividere video o informazioni con il resto del mondo”, ha aggiunto.

In tale contesto, le Nazioni Unite hanno deciso, mercoledì 5 giugno, di trasferire temporaneamente parte del proprio personale attivo a Khartoum, sebbene non sembrerebbero essere state fornite indicazioni sul numero di diplomatici interessati da tale decisione.

Nel frattempo, gli eventi hanno avuto ampia risonanza nello scenario internazionale. Gli Stati Uniti hanno chiesto, giovedì 6 giugno, che il governo di transizione militare desistesse dall’uso della violenza, condannando, secondo le affermazioni del portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, “i recenti attacchi contro gli attivisti in Sudan” e richiedendo “una transizione a guida civile che porti a tempestive elezioni e che consenta la libera espressione del volere del popolo sudanese”.

Contemporaneamente, gli Emirati Arabi Uniti (EAU), hanno dichiarato di osservare attentamente gli sviluppi degli eventi in Sudan con grande preoccupazione. Secondo quanto dichiarato dal Ministero degli Affari Esteri emiratense, la speranza è che il dialogo continui tra i diversi partiti, “in modo da garantire la sicurezza e la stabilità del Sudan”, così da poter “realizzare le aspirazioni del fraterno popolo sudanese”.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo, ma tali colloqui sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti. Nel corso della protesta del 3 giugno, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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