ONU: EAU, Arabia Saudita e Norvegia presentano le indagini sugli attacchi alle loro navi

Pubblicato il 6 giugno 2019 alle 17:08 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti Iran

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Gli Emirati Arabi Uniti, insieme all’Arabia Saudita e alla Norvegia, hanno deciso di presentare ai diplomatici del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite quanto scoperto in merito ai sabotaggi subiti il 13 maggio a largo delle coste dell’emirato di Fujairah, nei pressi dello Stretto di Hormuz, da parte delle navi dalle tre bandiere. Tali eventi erano stati condannati come tentativi di minare la sicurezza delle forniture di petrolio mondiali.

Le indagini, presentate in occasione di un incontro informale nella sede della delegazione emiratina presso le Nazioni Unite, erano state avviate dopo che 2 petroliere saudite hanno riferito di aver subito un tentativo di “sabotaggio”, insieme ad una nave degli EAU e una petroliera norvegese. Sebbene gli eventi si fossero verificati nei pressi dello Stretto di Hormuz, una zona dedicata al traffico di petrolio e di gas, non sembrerebbero aver causato alcun danno.

La zona interessata separa gli Stati del Golfo dall’Iran, il quale è stato accusato dagli Stati Uniti di essere il responsabile dei sabotaggi del 12 maggio. L’accusa statunitense, lanciata il 29 maggio dal consigliere in materia di sicurezza nazionale, John Bolton, faceva riferimento alla “certezza quasi assoluta che le mine navali utilizzate provenissero dall’Iran”. Bolton, tuttavia, non avrebbe fornito prove a supporto di quanto dichiarato.

Dei tre Paesi colpiti, ad aver rilasciato dichiarazioni è stata l’Arabia Saudita, affermando che gli attacchi “avrebbero avuto effetti sulla sicurezza delle forniture mondiali di petrolio” e accusando anch’essa l’Iran.

Da parte sua, l’Iran ha respinto le accuse di essere il responsabile del sabotaggio, definendo tali insinuazioni “ridicole”.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran è alto, a seguito dei recenti avvenimenti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle ostilità tra Washington e Teheran. Il 22 aprile gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015. Mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump a seguito dell’attacco del 19 maggio contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq.

Il 30 maggio, l’Arabia Saudita è stata promotrice del vertice della Mecca, alla luce dell’escalation di eventi nella regione, scaturiti in particolare dagli attriti tra Stati Uniti e Iran. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute dall’Iran, contro le navi saudite ed emiratine.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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