Tian’anmen 1989: 30 anni dopo

Pubblicato il 5 giugno 2019 alle 7:20 in Asia Cina

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Bastano due numeri in lingua cinese, uno vicino l’altro, per ricordare un giorno che la memoria collettiva cinese cerca di cancellare: 64. Giugno, il 4,1989. Il giorno in cui, trent’anni fa, l’Armata Popolare di Liberazione ha fatto il suo ingresso, con tanto di carrarmati, in piazza Tian’anmen per mettere fine alle proteste pacifiche di decine di migliaia di manifestanti che presidiavano la piazza da quasi due mesi chiedendo al Partito Comunista Cinese che venissero attuate riforme politiche e si andasse verso la democrazia.

Piazza Tian’anmen è il cuore della capitale cinese, una enorme spianata mattonata simbolo dell’inizio del governo del Partito Comunista Cinese che sorge proprio fuori le mura della Città Proibita, l’antico palazzo imperiale, cuore dell’impero cinese. L’ingresso dell’esercito proprio in quella piazza e i carrarmati sui manifestanti sono immagini passate alla storia, ma non a quella cinese. Non vi sono riferimenti a quanto accaduto il 4 giugno di 30 anni fa sui libri di storia in Cina, né se ne parla sui media ufficiali.

Molti dei leader della protesta del 4 giugno hanno abbandonato la lotta per le riforme e intrapreso carriere nuove, altri sono rimasti fedeli alla causa per scelta, portando con sé il peso di essere sopravvissuti o per impossibilità di fare altrimenti perché iscritti sulla lista nera delle autorità cinesi. Wu’er Kaixi fa parte di questi ultimi e ritiene che il ricordo sia la forma più forte di resistenza di fronte al tentativo dei media ufficiali cinesi di cancellare quanto avvenuto il 4 giugno di 30 anni fa. L’importanza di quell’evento, ritiene Wu, è anche legata al fatto che il governo cinese stia continuando a realizzare atti repressivi nei confronti delle minoranze etniche in Tibet, in Xinjiang e contro gli attivisti per i diritti umani e per la democrazia a Hong Kong. L’attivista, 51 anni, vive ora, con moglie e figli, a Taiwan da dove ha rilasciato un’intervista. “Il regime che vediamo oggi e le azioni che compie, sono lo stesso regime e le stesse azioni che hanno condotto al massacro di migliaia di persone, nel 1989”, ricorda Wu, chiedendo di non dimenticarlo.

Pu Zhiqiang, invece, fa parte del primo gruppo e ha continuato a lavorare come avvocato per la libertà di parola e di stampa, ricordando come, ancora studente nel 1989 avesse sperato che la Cina potesse cambiare in meglio. Gli studenti chiedevano una società più equa e aperta e la fine della corruzione. Feng Congde, un altro ex manifestante, ritiene che forse gli studenti avrebbero potuto fare di più e chiedere all’esercito stesso di rovesciare il regime. Feng ritiene che il Partito Comunista cinese non è ancora in grado di fare quanto ha fatto il Partito Nazionalista a Taiwan facendo evolvere l’iniziale regime autoritario in un sistema democratico multi-partito.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, in una dichiarazione ha definito “eroi” gli studenti che hanno perso la vita a Tian’anmen ed espresso il suo elogio alle loro madri che hanno continuato a ricordare la battaglia dei figli nel corso degli ultimi trent’anni. Speravamo che la Cina, entrando maggiormente nella comunità internazionale, potesse sviluppare una società più aperta e tollerante, ma queste speranze sono state vane, ha detto il capo della diplomazia Usa.

La reazione della Cina non ha tardato ad arrivare e il portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuang ha risposto affermando che le dichiarazioni di Pompeo sono un’ingerenza degli Stati Uniti nella politica interna cinese e che gli ultimi trent’anni di grande sviluppo socio-economico cinese ha dimostrato come la via del socialismo con caratteristiche cinesi fosse la migliore scelta per la Cina, nonostante “le dispute politiche” verificatesi a Pechino nel 1989.

Il socialismo con caratteristiche cinesi è la forma di socialismo che il Partito Comunista Cinese porta avanti. Si tratta di una modalità sviluppata e adeguata in base alle esigenze della Cina e che ha inglobato diversi aspetti dell’economia di mercato in un sistema inizialmente esclusivamente socialista. Non per tutti, però, continuare sulla strada dettata dal Partito Comunista e dai suoi dirigenti è la migliore per la Cina. Dopo Tian’anmen, nuove forme di attivismo politico sono rimaste nel Paese, anche se non si è mai giunti a un’espressione di dissenso e di protesta paragonabile a quella del 1989.

Il 1989 è considerabile un anno spartiacque nella politica cinese. Centinaia o forse migliaia – non vi sono dati certi sul numero – di manifestanti, per la maggior parte studenti, disarmati sono stati schiacciati dai carrarmati dell’esercito il 4 giugno. Nell’ottobre dello stesso anno sono state approvate diverse nuove leggi tra cui quelle che restringono la libertà di associazione, processione e dimostrazioni pubbliche. Si tratta di provvedimenti legislativi che mettevano in luce i limiti delle riforme dell’epoca post-maoista con Deng Xiaoping alla guida del Paese e del Partito. Le riforme avviate da Deng nel 1978, note come Riforme e Apertura, erano state viste come una possibile apertura verso un sistema statale più orientato alla democrazia, ma non era quello il caso. Se i controlli socialisti venivano allentati e veniva lasciato spazio alla creazione di un mercato governato dalle sue leggi, dal punto di vista politico niente cambiava e i manifestanti di Tian’anmen ne pagarono le conseguenze dirette.

Da allora, soltanto il movimento religioso del Falun Gong ha provato a costruire un consenso ampio al di fuori del Partito Comunista Cinese, ma la repressione cruenta dei suoi membri nel 1999 ha ribadito che il Partito non accetta alcuna sfida al suo potere. Al di fuori di questi due movimenti, rimangono le voci di singoli attivisti che hanno portato avanti la ricerca di diritti umani e democrazia in Cina. Tra loro i più noti sono il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, scomparso nel 2018, l’avvocato Chen Guangcheng e l’artista Ai Weiwei, tutti oggetto di incarceramento o in esilio all’estero.

Oltre a questi dissidenti noti spesso anche all’estero e osteggiati fermamente in patria, in Cina c’è stata una forma di attivismo che non è stata repressa e che, anzi, è stata persino sostenuta dal Partito Comunista stesso. Si tratta dell’attivismo a livello di comunità locali e di quello volto a migliorare le condizioni di vita dei diversi gruppi sociali, una forma di espressione di idee diverse che i leader cinesi, soprattutto Hu Jintao e Wen Jiabao dal 2003 al 2013, hanno visto con tolleranza considerandole inevitabili in un Paese grande e pieno di contraddizioni e differenze come la Cina, pur consapevoli che il loro eco si limita a livello locale. Le cose, però, stanno cambiando anche per questa forma di attivismo dal basso dal 2013, l’inizio dell’era di Xi Jinping. L’attuale Presidente cinese, infatti, ha reso più rigidi i controlli sull’attivismo sociale in tutte le sue forme e ha un approccio meno tollerante anche nei confronti di quei gruppi della società civile che hanno ottenuto per anni finanziamenti dall’estero.

 

 

di Redazione

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