Sudan: morti in aumento, l’opposizione contrasta le elezioni, temuto golpe

Pubblicato il 5 giugno 2019 alle 9:34 in Africa Sudan

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I leader dell’opposizione sudanesi hanno accusato il governo militare di aver commesso un colpo di Stato ed hanno criticato la decisione di andare ad elezioni anticipate entro i prossimi nove mesi.

È quanto accaduto mercoledì 5 giugno 2019, a due giorni dall’intervento dell’esercito in repressione del sit-in organizzato dagli attivisti nella capitale del Paese, Khartoum.  Il bilancio dell’accaduto potrebbe essere differente da quanto stimato. La Commissione dei Medici sudanesi, parte attiva nel sit-in, ha stimato che almeno 60 attivisti potrebbero aver perso la vita, mentre oltre 300 sarebbero stati feriti a causa dell’uso della forza da parte dell’esercito.

Per tale ragione, il segretario generale del partito del Congresso nazionale sudanese, Omar al-Dukair, avrebbe definito la vicenda “un completo crimine contro l’umanità”, dichiarando che la decisione di andare al voto rientrerebbe in una strategia dell’esercito reggente. I militari, ha spiegato, “vogliono che le elezioni siano condotte con la presenza di un clima inadeguato a renderle libere e imparziali”, il quale potrebbe condizionare il risultato. Da ciò, il rifiuto dell’opposizione ad andare ad elezioni, considerate da al-Dukair “collegate agli interessi del vecchio regime”.

Nel frattempo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso di affrontare la questione del Sudan su richiesta del Regno Unito e della Germania. I Paesi chiedevano che il Consiglio ascoltasse l’inviato ONU Nicholas Hayson, il quale aveva avuto modo di collaborare con l’Unione Africana, che aveva una soluzione da proporre in merito alla crisi in Sudan. In occasione dell’incontro, avvenuto martedì 4 giugno, la Cina, supportata dalla Russia, ha posto il veto sulla condanna dell’uccisione dei civili da parte dell’esercito. I diplomatici presenti hanno riportato che il documento del Consiglio prevedeva anche la richiesta avanzata dalle potenze mondiali di fermare immediatamente l’uso della violenza.

In occasione della riunione a porte chiuse, il Regno Unito e la Germania avrebbero distribuito un comunicato stampa, contenente la richiesta, per il Consiglio militare di transizione del Sudan e gli attivisti, di “continuare a lavorare insieme ad una risoluzione consensuale dell’attuale crisi”. Tale dichiarazione è stata ritenuta “sbilanciata” da parte dei diplomatici russi, i quali hanno sottolineato la necessità di “andare molto cauti in questa vicenda”. La Cina, da parte sua, avrebbe rifiutato la dichiarazione, considerando la vicenda del Sudan una “questione interna”.

Dopo il fallimento delle Nazioni Unite di raggiungere un accordo, il Belgio, il Regno Unito, la Francia, la Germania, l’Italia, i Paesi Bassi e la Svezia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Gli 8 Paesi europei hanno dichiarato di “condannare gli attacchi violenti in Sudan realizzati dalle forze di sicurezza nazionale contro i civili”, aggiungendo che “la decisione unilaterale del Consiglio militare di transizione del Sudan di interrompere la negoziazione con gli attivisti, nominare un governo e annunciare le elezioni in un così breve lasso di tempo è fonte di grande preoccupazione”. Il potere, hanno affermato gli 8 Stati, “deve essere trasferito a un governo civile, così come richiesto dal popolo del Sudan”.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo, ma tali colloqui sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti. Nel corso della protesta del 3 giugno, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando almeno 12 morti e numerosi feriti.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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