Repubblica Democratica del Congo: ISIS rivendica attentato

Pubblicato il 5 giugno 2019 alle 15:48 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato realizzato nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, avvenuto nella notte di lunedì 3 giugno.

La rivendicazione, rilasciata martedì 2 giugno tramite un messaggio inviato su Telegram, applicazione di messaggistica criptata, conteneva l’annuncio da parte dell’ISIS di aver colpito le forze militari congolesi nella città di Beni, colpita dall’ebola, causando morti e feriti per un totale di circa 25 persone.

L’ammissione di violenza da parte degli jihadisti è risultata divergente rispetto a quanto rilasciato dalle fonti ufficiali del Paese. Il vicesindaco di Beni, Modeste Bakwanamaha, aveva inizialmente riferito che le vittime dell’attacco erano 13, aggiungendo che la responsabilità appartenesse alle Forze democratiche alleate (ADF), un gruppo ritenuto affiliato all’ISIS. Bakwanamaha aveva anche riportato che “alcune vittime erano state colpite da proiettili, mentre altre da armi bianche”. Secondo quanto stimato dal vicesindaco, l’episodio avveniva in risposta all’intervento da parte dell’esercito congolese della scorsa settimana, il quale aveva causato la morte di 26 membri delle Forze democratiche alleate.

L’ADF, tuttavia, non ha mai ammesso i propri legami con lo Stato Islamico, nonostante l’ISIS avesse comunicato, giovedì 30 maggio, che i propri affiliati della regione centro africana erano stati responsabili di “dozzine di danni” alle forze congolesi.

Non è la prima volta che lo Stato Islamico rivendica un attentato nella Repubblica Democratica del Congo. La prima rivendicazione è avvenuta lo scorso 18 aprile, due giorni dopo che due soldati e un civile erano stati uccisi durante una sparatoria in quella che è stata chiamata la “Provincia centroafricana del Califfato”. L’attentato di aprile era avvenuto a Bovata, vicino la città di Beni, colpita sia dalle milizie islamiche sia da una devastante epidemia di Ebola.

Dopo aver guadagnato l’indipendenza dal Belgio, nel 1960, la Repubblica Democratica del Congo, Stato africano ricco di risorse, non è mai riuscito ad effettuare una transizione di potere pacifica. La violenza ha raggiunto il culmine e si è estesa in tutta la nazione dopo che Kabila, nel dicembre 2016, ha deciso di rimanere al potere per il terzo mandato presidenziale. Da allora, il conflitto ha spinto più di 1 milione e mezzo di congolesi ad abbandonare le proprie case, mentre più di 3.000 sono morti, tra l’ottobre 2016 e l’agosto 2017, nella sola regione di Greater Kasai. 

L’ADF, fondato nell’Ovest dell’Uganda nel 1994 sotto la leadership di Jamil Mukulu, un cristiano convertito all’Islam, è fuoriuscito dal Paese di Kampala, approdando alla vicina Repubblica Democratica del Congo, nella regione do North Kivu. Negli anni, il gruppo è stato accusato di essersi servito di bambini soldato, di aver ucciso centinaia di civili e di aver eliminato 15 peacekeeper della Tanzania, morti in un attacco nel dicembre 2017.  Nel corso di novembre, almeno 47 morti sono state attribuite all’ADF, tra cui quella di 7 peacekeeper dell’Onu.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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