Il Messico contro Trump: non cambieremo regime di asilo

Pubblicato il 4 giugno 2019 alle 9:49 in Messico USA e Canada

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Il governo messicano ha tracciato due linee rosse lunedì 3 giugno all’inizio dei difficili negoziati con Washington sull’immigrazione, che rischiano di far scoppiare una guerra commerciale tra due dei paesi che hanno un volume di scambi fra i più alti del mondo. Uno di queste linee rosse, molto generica, è la “dignità” del paese, mentre l’altro è il vero punto cruciale delle conversazioni: il Messico non accetterà di diventare un cosiddetto “terzo paese sicuro”, una categoria in base alla quale i rifugiati che chiedono rifugio o asilo negli Stati Uniti possono ricevere la stessa protezione nel paese vicino e, avendolo attraversati per arrivare negli USA, possono essere rispediti indietro, a sud del confine.

“L’imposizione di tariffe unitamente alla decisione di cancellare i programmi di aiuto nei paesi del -triangolo nord dell’America centrale [Honduras, Guatemala ed El Salvador] potrebbe avere un effetto controproducente e non ridurrebbe i flussi migratori” – ha detto il ministro degli Esteri del Messico, Marcelo Ebrard, alla stampa lunedì 3 giugno prima di iniziare i negoziati con la controparte statunitense. La minaccia tariffaria di Trump è pericolosa non solo a causa dell’escalation che prevede una tassa che potrebbe raggiungere il 25% in ottobre, se la Casa Bianca non vede miglioramenti nel controllo dei flussi migratori che attraversano il territorio messicano fino a raggiungere il confine sud degli USA, ma perché non specifica gli obiettivi perseguiti. “Se l’immigrazione illegale viene ridotta attraverso misure adottate dal Messico, qualcosa che determineremo a nostra discrezione e criteri, le tariffe saranno rimosse. Se la crisi persiste, tuttavia, saliranno al 10% dal 1 luglio; 15% dal 1 agosto; 20% da settembre e 25% da ottobre” – aveva avvertito Donald Trump la scorsa settimana.

Il Messico ha reagito con un’atteggiamento conciliante, al fine di evitare la guerra tariffaria con il paese da cui dipende gran parte delle sue esportazioni, e il presidente Andrés Manuel López Obrador ha inviato a Washington il capo della diplomazia messicana per raggiungere un accordo.

La proposta ventilata dall’amministrazione Trump e cioè di fare del Messico il “terzo paese sicuro”, sebbene non formalizzata, ha già trovato la frontale opposizione di Ebrard. Se diventasse terzo paese sicuro, il Messico si vedrebbe imposto il ruolo di “diga di contenimento” per la migrazione dall’America centrale e assumerebbe una pesante fardello che comporterebbe costi politici ed economici non indifferenti per il governo di López Obrador. “Abbiamo già detto da tempo che un accordo riguardante lo status di terzo paese sicuro non sarebbe accettabile, non me lo hanno proposto formalmente, ma non sarebbe accettabile”, ha affermato il ministro degli Esteri Ebrard in una conferenza stampa.

La delegazione messicana a Washington include, oltre a Ebrard, il ministro dell’Economia, Graciela Márquez, il titolare dell’Agricoltura, Victor Villalobos, e il sottosegretario di Esteri per il Nord America, Jesús Seade. Si sono riuniti lunedì con il segretario all’Agricoltura degli Stati Uniti, Sonny Perdue, e il segretario al Commercio Wilbur Ross. L’obiettivo dei rappresentanti messicani è di raffreddare gli animi ed evitare la minaccia di rispondere allo stesso modo all’imposizione di dazi. Dazi che, tra l’altro, riguardano per lo più aziende statunitensi che operano in Messico. 

Il Messico esporta prodotti per 346,5 miliardi di dollari negli Stati Uniti, mentre Washigton vende 265.000 milioni di dollari ai messicani.

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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