Libano: Hezbollah attacca il piano americano per il Medio Oriente

Pubblicato il 1 giugno 2019 alle 16:24 in Libano USA e Canada

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Il gruppo libanese Hezbollah, supportato da Teheran, ha promesso che si opporrà al piano statunitense per il Medio Oriente, definito dal presidente Donald Trump come “l’accordo del secolo”. 

Nella giornata di venerdì 31 maggio, in occasione di un comizio pubblico celebrativo dell’annuale Quds Day, in un discorso andato in onda sulle tv nazionali, Sayyed Hassan Nasrallah, leader del movimento paramilitare sciita Hezbollah, allineato con l’Iran, ha sostenuto improbabile che Washington e i suoi alleati avviino una guerra contro Teheran, in quanto “ne pagherebbero caro il prezzo”. Inoltre, Nasrallah ha fatto presente che gli Stati Uniti sanno che “la guerra contro l’Iran non si fermerà ai confini dell’Iran”, ma che, al contrario, “l’intera regione brucerà”. Egli ha poi aggiunto: “Tutti le forze e gli interessi americani nella regione saranno sconfitti”. Secondo il leader di Hezbollah, l’equilibrio tra i poteri fa sì che non avvenga una guerra tra Iran e Stati Uniti, che, a suo dire, colpirebbe anche gli alleati americani nella regione, ossia l’Arabia Saudita e Israele.

Nasrallah ha descritto la bozza ideata da Washington per porre fine al conflitto israelo-palestinese, caldeggiata in primis dal genere di Trump, nonché suo alto consigliere, Jared Kushner, come un “crimine storico” che deve essere fermato, e che fermarlo è un “dovere religioso, morale, umanitario, e islamico”. Nasrallah ha infine respinto le accuse secondo cui Hezbollah avrebbe industrie in Libano per produrre missili di precisione guidati, ma, d’altro canto, ha affermato che i suoi hanno un numero sufficiente di tali missili da poter “cambiare il volto della regione”.

Nella medesima giornata, il re saudita, durante un vertice d’emergenza dei Paesi arabi, si è rivolto alla platea affermando che bisogna intraprendere azioni decisive per fermare le escalation iraniane nella regione, dopo gli attacchi alle petroliere nel Golfo.

La prima fase del progetto americano, ancora in stadio di bozza da quasi due anni, dovrebbe essere svelata a fine giugno durante una conferenza in Bahrein. Il programma mira a incoraggiare gli investimenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza da parte di Stati arabi donatori. Tanto fonti arabe quanto fonti palestinesi, informate sul progetto, hanno reso noto che esso rigetta la soluzione dei due Stati, della quale anche Washington era sostenitrice e con la quale si voleva pacificare il conflitto israelo-palestinese tramite la creazione di uno Stato palestinese indipendente a fianco a Israele nella regione di Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza.

Riad ha accusato l’Iran di aver commissionato gli attacchi condotti, martedì 14 maggio, da droni carichi di esplosivo ai danni di due stazioni di pompaggio di petrolio della East-West Pipeline saudita (letteralmente: Oleodotto Est-Ovest, conosciuto anche con l’espressione inglese “the Petroline”). L’incursione è stata rivendicata dai ribelli yemeniti Houthi, allineati con Teheran; il gruppo ha già in passato utilizzato droni armati per effettuare attacchi in Arabia Saudita. L’evento si è verificato due giorni dopo un precedente tentativo di sabotaggio di 2 petroliere saudite al largo delle coste dell’emirato di Fujairah, nei pressi dello Stretto di Hormuz. Un rapporto di un ente norvegese, visionato dall’agenzia di stampa Reuters, imputa con “alta probabilità” la responsabilità indiretta degli attacchi alle Guardie della Rivoluzione iraniane, che avrebbero facilitato l’incursione e il successivo attacco alle imbarcazioni. Quanto all’Iran, il Paese ha smentito il suo coinvolgimento in entrambe le operazioni.

A partire dall’8 maggio 2018, data in cui il presidente Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare, le relazioni bilaterali con l’Iran sono peggiorate, a causa della re-imposizione delle sanzioni contro Teheran. Ad un anno di distanza dall’uscita dal patto, l’8 maggio 2019, Washington ha schierato la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nei mari del Medio Oriente, con il fine di dimostrare la propria forza nel caso di eventuali attacchi dalla controparte iraniana.

Teheran, per tutta risposta, ha dichiarato di non voler più rispettare le limitazioni sull’arricchimento dell’uranio e ha descritto la presenza americana un bersaglio da colpire. Il 15 maggio, dalla Casa Bianca è arrivato l’ordine per lo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump, in un tweet pubblicato il 19 maggio. Nello stesso giorno un razzo Katiusha ha colpito la Zona Verde di Baghdad, a pochi metri dall’ambasciata americana in Iraq.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale. 

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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