Immigrazione: i fatti più importanti di maggio 2019

Pubblicato il 1 giugno 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Immigrazione

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Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (IOM), nel mese di maggio 2019, sono sbarcati in Europa circa 5.000 migranti, di cui 2.483 in Grecia, 1.160 in Spagna, 782 in Italia, 376 a Malta e 189 a Cipro. Dall’inizio dell’anno, invece, sono giunti in Europa via mare complessivamente 21.301 stranieri. Il Paese che ha accolto il maggior numero di migranti, al momento, risulta essere la Grecia, seguita da Spagna, Italia, Cipro e Malta. Il numero dei morti in mare nei primi cinque mesi del 2019, invece, ammonta a 519. Tali cifre costituiscono una diminuzione significativa, soprattutto in termini di sbarchi, rispetto alle cifre dello stesso periodo del 2018, quando arrivarono nei porti europei oltre 32.000 stranieri.

Per quanto riguarda l’Italia, le stime del Ministero dell’Interno indicano che, dal primo gennaio al 31 maggio 2019, sono sbarcati 1.561 migranti, cifra che segna una drastica diminuzione rispetto al numero dello scorso anno, quando sono giunti via mare 13.430 stranieri. Le prime cinque nazionalità dei migranti sono tunisina, pakistana, algerina, irachena e bengalese.

Il mese di maggio si è aperto con la firma del protocollo d’intesa per la realizzazione del progetto “Apertura corridoi umanitari”, sottoscritto al Viminale dal ministero dell’Interno e degli Esteri, la Comunità di Sant’Egidio e la Conferenza Episcopale Italiana. Tale accordo permetterà l’arrivo di 600 richiedenti asilo, nel corso dei prossimi due anni, originari di Etiopia, Giordania e Niger. Si tratta della seconda fase del progetto iniziato il 12 gennaio 2017, che permise il trasferimento di 500 migranti dall’Etiopia. I firmatari del protocollo d’intesa sono stati il prefetto Gerarda Pantalone, il ministro dell’Interno, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali per il ministero degli Affari Esteri, il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, e il segretario generale per la Conferenza Episcopale italiana, monsignor Stefano Russo.

Il 2 maggio, Matteo Salvini ha incontrato a Budapest il primo ministro ungherese, Viktor Orban, per discutere di immigrazione e dell’inadeguatezza dell’Europa in tale ambito.  Durante la visita in Ungheria, Salvini si è recato nei pressi della recinzione di acciaio che si trova nel Sud del Paese, al confine con la Serbia. Tale barriera rappresenta il principale simbolo delle politiche anti-immigrazione del Fidesz Party guidato dal premier ungherese. “Felice di incontrare di nuovo il premier Viktor Orban e di vedere dal vivo il sistema di protezione dei confini adottato dal governo ungherese per contrastare l’immigrazione clandestina”, ha scritto Salvini in un post su Twitter, nel pomeriggio del 2 maggio. Durante l’incontro si è parlato di migranti e di come l’Europa, e in particolare il Partito Popolare Europeo (PPE), intende affrontare questo tema. Da parte sua, Orban ha dichiarato che l’UE ha bisogno di essere governata da leader che si oppongono all’immigrazione clandestina e ha criticato il PPE per non aver appoggiato gli sforzi dei partiti di destra che hanno portato avanti una linea dura in questo ambito. “Decideremo del nostro destino”, ha affermato Orban.

Lo stesso giorno, un’imbarcazione che trasportava migranti è affondata al largo della costa Nord-occidentale della Turchia, causando la morte di almeno 9 persone, tra cui 5 bambini. La notizia è stata riferita dalla guardia costiera turca, che ha aggiunto che le ricerche di eventuali altre vittime sono ancora in corso. La nave trasportava un totale di 17 migranti, secondo quanto hanno riferito le autorità locali. Solo 5 di loro sono stati tratti in salvo, al momento. Il naufragio è avvenuto a largo della costa turca, presso il distretto di Ayvalik, nella provincia di Balikesir. In una dichiarazione, la guardia costiera ha riferito che tra i dispersi risulta anche il trafficante di esseri umani che conduceva il mezzo. Per le operazioni di ricerca e salvataggio sono operative quattro barche e due elicotteri. Si è trattato del secondo naufragio di questo tipo, negli ultimi due mesi. Il 26 marzo, 4 persone, tra cui 3 donne e 1 bambino, sono morte nel naufragio di un gommone al largo della stessa costa, nei pressi del distretto di Ayvalik. Il gommone trasportava cittadini iraniani e afghani, secondo quanto riferisce il quotidiano Hurriyet, citando fonti di sicurezza turche. I migranti stavano tentando di raggiungere illegalmente l’isola greca di Lesbo, quando la loro imbarcazione è affondata.

Sempre il 3 maggio, il Tribunale civile di Bologna ha emesso una sentenza che obbliga il comune a iscrivere all’anagrafe due richiedenti asilo a cui era stata negata in precedenza, in linea con il Decreto sicurezza. Ad avviso dei magistrati, “a mancata iscrizione ai registri anagrafici impedisce l’esercizio di diritti di rilievo costituzionale ad essa connessi, tra i quali rientrano quello dell’istruzione al lavoro”. Hanno sottolineato altresì che la legge non include un divieto esplicito per i richiedenti asilo e, al contrario, evidenzia come il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non costituisce un titolo per l’iscrizione all’anagrafe. Per tutta risposta, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha definito la sentenza “vergognosa”, assicurando che presenterà ricorso. Nel frattempo, il capo del Viminale ha invitato tutti i Sindaci a rispettare la legge. Alcune fonti del Ministero dell’Interno hanno reso noto che sentenze di questo tipo non influenzano la legge, in quanto non sono definitive e sono rivolte soltanto a singoli casi. Per modificare la norma relativa servirebbe un pronunciamento della Corte Costituzionale. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, al contrario di Salvini, ha accolto positivamente la decisione del Tribunale, rendendo noto che il comune la applicherà senza opporsi.

Il 9 maggio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha fatto appello alle parti coinvolte nel conflitto in Libia chiedendo di negoziare una tregua. Nel frattempo, un attacco aereo delle forze fedeli al generale Khalifa Haftar ha colpito un centro di detenzione per i migranti a Tagiura, a Est della capitale. In tale data, Macron ha incontrato a Parigi il primo ministro del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj, che si trovava in Europa per una serie di incontri diplomatici incentrati sulla crisi nel Paese Nord-africano. “Constatando che una soluzione militare non è appropriata per il conflitto libico, è stata avanzata la proposta di determinare una linea per il cessate il fuoco, sotto la supervisione internazionale”, ha riferito l’ufficio di Macron, in un comunicato.

Lo stesso giorno, l’Ungheria ha espulso 11 cittadini afghani, che sono stati scortati in Serbia, dopo aver rifiutato le loro richieste di asilo. Un’altra persona è stata rimpatriata a Kabul a seguito dell’accusa di traffico di esseri umani. La deportazione di altri 5 afgani, tutti membri della stessa famiglia, è stata temporaneamente sospesa, a seguito di un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo presentato dal “Comitato di Helsinki”, un’associazione che si occupa della tutela dei diritti umani. Tre famiglie sono state prese di mira dalle ultime misure ungheresi, due di queste, inclusa una donna incinta, sono state poi trasferite in Serbia, durante la notte. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) ha riferito che l’espulsione forzata delle due famiglie afghane è stata “una flagrante violazione del diritto internazionale e del diritto dell’Unione Europea”. Le leggi ungheresi prevedono che le richieste di asilo di persone che provengono da un Paese considerato “sicuro” dal governo di Budapest vengano rigettate, senza indagare sulla situazione specifica della sicurezza del richiedente in patria. Vengono quindi esclusi i casi di persecuzione politica e tale situazione ha sottolineato “profonde preoccupazioni” riguardanti questa pratica. L’Ufficio per l’Immigrazione e l’Asilo dell’Ungheria ha riferito che le espulsioni sono state parte di un’operazione congiunta con l’agenzia Frontex, che ha riportato complessivamente 39 persone in Afghanistan. 

Il 12 maggio, circa 100 migranti hanno tentato di scavalcare il muro che separa la città autonoma spagnola di Melilla dal Marocco. Circa la metà è riuscita nell’impresa. Negli ultimi 7 mesi non si erano registrati tentativi di ingresso di massa da parte dei migranti, tanto che, lo scorso venerdì 10 maggio, le autorità marocchine hanno sottolineato l’importanza del loro ruolo nel controllo delle migrazioni nelle aree di confine che separano il paese dalle due città autonome di Ceuta e Melilla. 

Il 15 maggio, le Nazioni Unite hanno inviato una lettera all’Italia, in cui la esortano a respingere il decreto Sicurezza Bis, poiché rischia di “compromettere i diritti umani dei migranti, inclusi richiedenti asilo e le vittime di detenzione arbitraria, tortura, traffico di esseri umani e altre gravi violazioni dei diritti umani”. La lettera è stata inviata da Beatriz Balbin, capo della Divisione delle procedure speciali in seno all’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu (OHCHR), all’ambasciatore presso le Nazioni Unite a Ginevra, Gian Lorenzo Cornado. Quest’ultimo è stato incaricato di trasmetterla al ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi. Una copia è stata altresì indirizzata all’Unione Europea e al governo della Libia.

Il contenuto è stato stilato da 6 esperti dell’OHCHR e contesta il decreto sulla sorveglianza dei confini marittimi e dell’immigrazione clandestina emanato, il 18 marzo, dal ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, e secondo il quale le autorità marittime italiane sono chiamate da una parte a impedire interventi di salvataggio da parte di navi private nelle acque internazionali, in primis vicino alla Libia, dall’altra a non far sbarcare tali navi nei porti della Penisola. Gli esperti hanno elencato le norme a loro avviso violante, in tempi recenti, dai vari ordini governativi italiani di chiusura dei porti ai migranti, argomentando in 12 pagine di osservazioni che si tratta di un’aperta violazione dei diritti umani. L’Italia è stata inoltre chiamata a dare chiarimenti in merito a una di punti evidenziati nel documento, e a prendere le misure necessarie per fermare le violazioni elencate. Infine, le Nazioni Unite hanno richiesto che, qualora le violazioni si rivelino fondate, i responsabili del decreto “rispondano delle proprie azioni”.

Il 19 maggio, i magistrati italiani hanno ordinato il sequestro della nave Sea Watch 3, ferma da 2 giorni a largo di Lampedusa, e lo sbarco dei 47 migranti che erano a bordo della nave. Poco prima Salvini, fin dall’inizio contrario allo sbarco dei migranti, aveva pubblicato un post sul suo account Facebook, scrivendo: “Finché il ministro sono io, NEGO l’autorizzazione allo sbarco. Se qualche procuratore intende fare il ministro si candidi alle elezioni. Per quanto mi riguarda, anche in caso di sequestro della nave NON deve scendere nessuno a terra”. Dopo il sequestro dell’imbarcazione, il ministro dell’Interno ha rincarato con una domanda provocatoria: “La difesa dei confini e l’ingresso in Italia di un gruppo di sconosciuti deve essere una decisione politica, espressione della volontà popolare, o di magistrati e ONG straniere?”. Infine, Salvini ha ribadito che, per quanto lo riguarda, “dalla nave fuorilegge SeaWatch (Ong tedesca, bandiera olandese) non scende nessuno”, e che chi la pensa diversamente se ne “assumerà la responsabilità”.

Il 21 maggio, Frontex ha lanciato la prima operazioni congiunta al di fuori dell’Unione Europea, posizionando 50 ufficiali, 16 pattuglie e un van adibito alla termovisione presso i confini dell’Albania, al fine di contrastare il crimine trans-frontaliero. Il lancio dell’iniziativa ha avuto luogo a Tirana, alla presenza del premier Edi Rama e del ministro dell’Interno, Sander Lleshaj, insieme al commissario europeo, Dimitris Avramopoulos, e al direttore esecutivo di Frontex, Frabrice Leggeri.

Il 24 maggio, l’Unione Europea ha donato 18 milioni di euro per continuare la partnership con l’IOM nel Corno d’Africa conosciuta con il nome di EU-IOM Joint Initiative for Migrant Protection and Reintegration in the Horn of Africa. Tale donazione ha portato a 43 milioni la cifra complessiva fornita dall’UE per migliorare l’assistenza ai migranti lungo le rotte migratorie provenienti da tale regione dell’Africa. La EU-IOM Joint Initiative, avviata nel marzo 2017 e prevista fino al marzo 2021, include Etiopia, Somalia e Sudan, i quali sono i Paesi che registrano i movimenti più consistenti di migranti.

Il 28 maggio, infine, l’Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR) ha tenuto una serie di riunioni con alcuni rappresentanti del governo tunisino e dell’IOM per “aggiornare il piano di emergenza e controllar ei meccanismi di intervento” alla luce degli ultimi sviluppi in Libia. Ad annunciarlo è stato il coordinatore delle attività della UNHCR in Tunisia, Naoufel Tounsi, il quale ha spiegato che il piano di emergenza è stato predisposto nell’eventualità di un afflusso di 25.000 persone in fuga dalla Libia verso la Tunisia. Il piano, nello specifico, prevede la localizzazione di campi per ospitare rifugiati, insieme al controllo della qualità degli aiuti forniti.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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