Egitto: Human Rights Watch denuncia crimini contro l’umanità nel Sinai

Pubblicato il 30 maggio 2019 alle 16:55 in Africa Egitto

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L’ONG umanitaria Human Rights Watch ha accusato sia le forze di sicurezza egiziane sia i jihadisti che operano nella penisola del Sinai di aver commesso “crimini di guerra o probabili crimini contro l’umanità” durante gli scontri avvenuti nell’ambito dell’operazione Sinai 18, lanciata il 9 febbraio dell’anno scorso.

“Mentre le forze militari e di polizia egiziane sono responsabili della maggior parte degli abusi documentati nel rapporto, i militanti estremisti hanno anche loro commesso crimini orribili”, chiarisce l’organizzazione di New York all’inizio di un rapporto lungo 134 pagine. “Alcune violazioni compiute dalle forze governative e dai militanti, riportate in questo documento, sono crimini di guerra e la loro natura diffusa e sistematica potrebbe farli equivalere a crimini contro l’umanità”.

Human Rights Watch ha realizzato il rapporto nell’arco di due anni intervistando più di 50 persone residenti nella penisola del Sinai, nel nord-est dell’Egitto, un Paese dove la copertura mediatica indipendente è effettivamente vietata e dove dal 2013 è in vigore lo stato di emergenza. Il 24 novembre 2017, il Sinai del nord è stato teatro dell’attentato più letale nella storia moderna d’Egitto, quando un gruppo di militanti ha ucciso più di 300 fedeli nella moschea di Al-Rawdah, nei pressi della città di Al-Arish. Secondo le ricostruzioni dell’avvenimento, un ordigno esplosivo sarebbe scoppiato nella moschea durante la preghiera del venerdì e successivamente colpi di arma da fuoco sarebbero stati scagliati contro la folla che tentava di fuggire e contro le ambulanze. Benché nessun gruppo avesse rivendicato la responsabilità dell’attacco, il giorno seguente l’esercito egiziano ricevette dal governo l’ordine di effettuare raid aerei contro tutti gli avamposti utilizzati dai terroristi nella regione.

In Egitto, due gruppi terroristici affiliati allo Stato Islamico, quali ISIL-Sinai Province (ISIL SP) e Islamic State Egypt (IS Egypt), rappresentano la minaccia maggiore alla sicurezza dello Stato. Il 9 febbraio, il governo egiziano ha lanciato la campagna chiamata Comprehensive Operation – Sinai 2018 con l’obiettivo di abbattere i ribelli islamisti insieme a tutte le altre attività criminali che mettono in pericolo la sicurezza e la stabilità del Paese. Nonostante il presidente avesse promesso che l’operazione “si sarebbe conclusa il prima possibile”, gli scontri continuano a verificarsi. Le iniziative, tuttavia, stanno avendo successo, permettendo di distruggere grandi quantità di infrastrutture e materiale militare appartenenti ai terroristi. L’esercito afferma che più di 650 sospetti jihadisti sono stati uccisi dal lancio dell’offensiva, costando la vita a più di 45 soldati egiziani. 

Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano da sempre i gravi soprusi commessi ai danni della popolazione civile. Nel corso degli anni, i militanti islamici hanno ripetutamente attaccato le forze di sicurezza egiziane nonché rapito e torturato decine di residenti. Anche le forze di sicurezza hanno preso di mira i residenti del Sinai arrestando migliaia di persone o “facendole sparire” a decine, secondo quanto si legge nel rapporto di Human Rights Watch. Bambini di 12 anni, ad esempio, sono stati catturati durante incursioni di routine e detenuti all’interno di prigioni segrete.

Insieme al rapporto, è stato pubblicato anche un video che mostra filmati di attacchi aerei sulle case dei residenti e uccisioni extragiudiziali di sospetti jihadisti da parte delle forze di sicurezza. “Perchè tutto questo? Dovremmo prendere le armi e unirci ai militanti, lavorare con l’esercito o vivere come vittime? Tutti ci stanno predando”, ha confessato un residente del Sinai del Nord intervistato per il rapporto.

Human Rights Watch ha invitato gli Stati Uniti a sospendere ogni forma di assistenza militare all’Egitto fino a quando le violazioni non saranno completamente esaminate. Le insurrezioni nella regione si sono intensificate dopo la cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, il 3 luglio 2013. Da allora, centinaia di poliziotti e soldati sono stati uccisi negli attacchi dei militanti.

Da parte loro, le forze armate egiziane hanno negato qualsiasi accusa di violazione dei diritti umani contenuta nel rapporto dell’organizzazione umanitaria. Giovedì 30 maggio, il portavoce dell’esercito egiziano, Tamer Al-Refaei, ha affermato che “alcune organizzazioni politicizzate cercano di diffamare l’immagine dell’Egitto e del suo esercito attraverso la fabbricazione di questo genere di rapporti”. L’uomo ha altresì dichiarato che le forze armate egiziane prendono sempre in considerazione gli standard internazionali in materia di diritti umani per la protezione dei civili durante le loro operazioni militari contro i terroristi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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