Turchia: operazione militare contro i ribelli curdi nel Nord dell’Iraq

Pubblicato il 28 maggio 2019 alle 11:37 in Iraq Turchia

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I soldati turchi hanno lanciato un’operazione con corpi speciali, sostenuti da artiglieria e attacchi aerei, contro i militanti curdi nel nord dell’Iraq. È quanto ha riferito oggi, martedì 28 maggio, il Ministero della Difesa, specificando che l’offensiva delle brigate turche di commando è iniziata alle 20.00 del giorno prima. L’obiettivo è stato quello di “neutralizzare i terroristi e distruggere i loro rifugi” nell’area più a sud-est della Turchia, al confine con l’Iraq, si legge nella dichiarazione del Ministero.

Le truppe turche colpiscono ripetutamente le postazioni dei militanti curdi nel nord dell’Iraq.  Le operazioni si svolgono nel contesto di un accordo tra Iraq e Turchia, mirato a contrastare i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel territorio iracheno. Il 21 gennaio 2018, Ankara e Baghdad avevano intrapreso i negoziati per condurre un’operazione congiunta mirata a contrastare la presenza dei membri del partito nel distretto di Sinjar, nel nord dell’Iraq. Il PKK è particolarmente attivo in quest’area ma, nel corso dell’anno passato, ha rafforzato la sua presenza anche al confine con la Siria per sostenere le postazioni delle Unità di protezione popolare siriane (YPG), le milizie situate nel nord del Paese, dove i curdi controllano circa un quarto del territorio grazie alla collaborazione con gli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico.

Il 20 gennaio 2018, Ankara aveva lanciato l’operazione Ramo d’Olivo contro il distretto di Afrin, situato nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia. Si trattava di una campagna militare mirata a “liberare il territorio dal terrorismo” e a creare una zona di sicura di 30 km al confine tra la Turchia e la Siria. Ankara considera le Unità di protezione popolare collegate al PKK, un partito politico e para-militare curdo ritenuto illegale dalle autorità curde. Giovedì 8 marzo, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavosoglu, aveva dichiarato che l’operazione Ramo d’Olivo si sarebbe conclusa entro maggio. Nella stessa occasione, l’uomo aveva anche annunciato il lancio di una campagna contro i curdi nel nord dell’Iraq, in collaborazione con il governo di Baghdad.

Il PKK opera in Turchia e nel nord dell’Iraq e fa parte delle Unità di protezione popolare (YPG) in Siria, dove è stato molto attivo nella lotta all’ISIS. Il PKK ha anche una sezione iraniana, il Kurdistan Free Life Party (PJAK), che ha combattuto a fianco di Teheran in numerose occasioni, fin dal 2004. Tale gruppo è tuttavia considerato una “organizzazione terroristica” da Ankara e da molti Paesi occidentali ed ha effettuato attacchi ai danni dello stato turco per oltre tre decenni. Alla base di tale conflittualità c’è una continua ricerca di autonomia da parte della minoranza curda del Paese. In questi decenni, decine di migliaia di persone sono state uccise in numerosi scontri causati da entrambe le parti. I colloqui di pace tra il PKK e Ankara sono falliti nel 2015 e l’esercito turco ha intensificato gli assalti aerei e terrestri contro il gruppo, sia in Turchia che nel nord dell’Iraq, dove si trova la base principale del partito curdo. L’esercito turco ha anche lanciato due operazioni nel nord della Siria, lo Scudo Eufrate nel 2016 e l’operazione Ramo d’Ulivo nel 2018, volte ad impedire che le YPG rafforzassero il controllo del territorio lungo il confine meridionale della Turchia. Inoltre, Ankara ha persuaso la Russia a escludere l’ala politica del YPG dai colloqui di pace in Siria con i gruppi di opposizione. La Turchia ha, infatti, sottolineato l’esistenza di un accordo con il governo siriano, risalente al 1998, che non avrebbe consentito al PKK di operare in Siria. L’influenza turca sul governo siriano, oggi, è rafforzata dal fatto che Ankara, Mosca e Teheran hanno supportato il presidente Bashar Al-Assad durante la guerra civile in Siria. 

La situazione nei territori controllati dai curdi è complicata dalla presenza statunitense. Infatti, secondo il quotidiano Al-Jazeera, la presenza di truppe USA in Siria ha finora impedito ad Ankara di effettuare attacchi su larga scala contro le forze curde locali. I curdi costituiscono la spina dorsale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), il principale alleato degli Stati Uniti in Siria contro lo Stato Islamico. Con il supporto delle forze aeree e degli armamenti statunitensi, le SDF hanno ridotto il controllo dell’ISIS nella Siria nord-orientale ad una piccola area di territorio, nei pressi del confine iracheno. Tuttavia, la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di ritirare le forze statunitensi dalla Siria, annunciata a dicembre del 2018, potrebbe cambiare questi equilibri. Infatti, dall’inizio del 2019, la Turchia ha ripetutamente minacciato di attaccare le forze curde in Siria. 

All’indomani della fine della lotta all’ISIS, però, la situazione per la popolazione curda potrebbe aggravarsi ulteriormente. I ribelli potrebbero affrontare una dura repressione nei quattro Paesi in cui sono presenti: Turchia, Iraq, Siria e Iran. In assenza di ulteriori dettagli sulla presunta operazione congiunta Turchia-Iran contro il PKK, Paul Levin, direttore dell’Istituto universitario per gli studi turchi dell’Università di Stoccolma, ha affermato che “potrebbe trattarsi dello stesso conflitto a bassa intensità che abbiamo visto per anni”. Tuttavia, “in caso contrario, una lotta a tre fronti da parte di Iraq, Turchia e Iran sarebbe difficile da sostenere per il PKK e le sue forze alleate nella regione”, ha poi concluso l’esperto. Dopo la guerra civile siriana, la regione non sembra ancora raggiunto un limite massimo di conflittualità.

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Chiara Gentili

di Redazione

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