Sudan: indetto sciopero nazionale di due giorni

Pubblicato il 28 maggio 2019 alle 16:36 in Africa Sudan

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L’alleanza tra i gruppi di opposizione e i movimenti di protesta del Sudan ha indetto oggi, martedì 28 maggio, il primo giorno di sciopero nazionale, mentre continuano le tensioni con le autorità militari del Paese per convincerle a cedere il potere a un governo civile.

I colloqui tra il Consiglio militare di transizione e l’alleanza delle forze democratiche, chiamata Dichiarazione per la libertà e il cambiamento, sono fermi da giorni e, nonostante settimane di negoziati sulla possibilità di istituire un governo misto dopo la cacciata dell’ex presidente Omar al-Bashir, la situazione sembra bloccata.

La maggior parte del personale del settore medico, degli uffici dell’elettricità e dei dipendenti delle banche stanno osservando lo sciopero, ma altri settori, come negozi e trasporti, hanno dichiarato di aderire solo parzialmente. L’aeroporto di Khartoum, ad esempio, funziona normalmente, secondo quanto dichiarato da una fonte dell’aviazione civile e dall’agenzia di stampa di stato SUNA.

Lo sciopero, che si prevede duri due giorni, dovrebbe comprendere imprese pubbliche e private. Se non si raggiungesse un accordo con il Consiglio militare, l’alleanza sarà pronta a intensificare le sue azioni chiedendo sciopero aperto e disobbedienza civile per un periodo di tempo indefinito, fino a quando il potere non verrà consegnato ai civili. Lo ha martedì in una conferenza stampa Wagdy Saleh, rappresentante di una coalizione interna all’alleanza. Saleh ha inoltre chiarito che, durante le trattative, il Consiglio aveva chiesto una maggioranza dei due terzi all’interno del governo che guiderà il paese. L’alleanza, invece, vuole che siano i civili a dominare il consiglio.

Il vicecapo del governo militare transitorio, il tenente generale Mohamed Hamdan Dagalo, ha detto lunedì che il Consiglio era pronto a scendere a compromessi ma l’opposizione non sembrava seriamente intenzionata a condividere il potere e voleva limitare l’esercito a un ruolo solo cerimoniale. Il Consiglio militare suggerisce inoltre di indire nuove elezioni se un accordo tra le parti non può essere raggiunto.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di proteste di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.  Dopo tale evento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, a capo del quale venne insediato Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. Da metà aprile, sono stati inoltre avviati una serie di negoziati tra la parte civile e quella militare per favorire la formazione di un governo misto. Tali colloqui, tuttavia, sembrano bloccati e le manifestazioni sono diventate più frequenti da quando è iniziato il mese sacro musulmano del Ramadan, il 6 maggio. La tensione è altissima. Le forze di sicurezza sudanesi hanno ucciso 6 persone, tra cui un ufficiale dell’esercito, durante alcuni scontri con i manifestanti, avvenuti nella notte tra il 13 e il 14 maggio. Il capo dell’intelligence militare sudanese, il generale Hudhaifa Abdel Malek, ha negato che le forze di sicurezza siano responsabili degli omicidi, accusando alcuni “infiltrati” non meglio specificati.

Gli organizzatori delle proteste hanno riferito che le forze di sicurezza hanno ucciso circa un centinaio di manifestanti durante i quattro mesi di manifestazioni che hanno portato all’attuale situazione. Gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019.

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Chiara Gentili

di Redazione

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