Palestina: la conferenza di Manama è morta in partenza

Pubblicato il 27 maggio 2019 alle 15:26 in Bahrein Palestina

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Il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammad Shtayyeh, domenica 26 maggio, ha dichiarato che la conferenza di Manama del 25 e 26 giugno prossimo è morta in partenza. Il premier ha aggiunto: “Ammiro tutti i membri del settore privato palestinese che si sono opposti a questa cospirazione contro il nostro popolo”.

Le dichiarazioni sono giunte da Nabulus, una delle più grandi città della Cisgiordania, durante l’iftar organizzato da al-Fatah, il pasto serale consumato dai musulmani al termine del digiuno quotidiano che caratterizza il mese islamico di Ramadan. “Tra pochi giorni si terrà una conferenza a Manama, con il pretesto di migliorare le condizioni di vita del nostro popolo. In passato abbiamo già assistito a decine di conferenze simili, finite miserabilmente” ha dichiarato Shtayyeh.

Il prossimo 25 e 26 giugno, Manama, la capitale del Bahrein, potrebbe ospitare una conferenza dal titolo “Peace to Prosperity”. Si tratta di un incontro di carattere economico in cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, potrebbe presentare il cosiddetto “accordo del secolo”. Tale patto mira a risolvere il conflitto israelo-palestinese, anche se ancora non sono noti i dettagli del contenuto.  Sembrerebbe che alcune clausole includano il controllo permanente di Israele sulla Valle del Giordano e una presenza militare israeliana a lungo termine nella Cisgiordania occupata. È altresì probabile che la realizzazione del piano richieda miliardi di dollari, devoluti in aiuti finanziari ai palestinesi, da parte degli Stati del Golfo.

Come riportato dal premier palestinese, tutte le fazioni all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si sono unite nel contrastare e rifiutare la conferenza di Manama. La ragione sta nel fatto che il problema principale della nazione non è di carattere economico, bensì riguarda la fine dell’occupazione, la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme ed il ritorno dei rifugiati.

Shtayyeh ha poi affermato che il Paese sta per vivere una nuova fase, che vede una maggiore resistenza da parte del popolo palestinese, e ha aggiunto: “Non importa se il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha formato o meno un governo. Al di là del dibattito tra chi vuole annettere la Cisgiordania ai nostri territori e chi vuole lasciare la situazione così com’è, noi ci opporremo con tutte le nostre forze all’annessione di qualsiasi parte della nostra terra. Contrasteremo questo stato di occupazione attuale”. Il premier si è detto pronto a partecipare alle elezioni di Gaza e della Cisgiordania e a supportare le popolazioni presenti nell’area. In tale contesto, il desiderio del premier è quello di fare un salto di qualità che consenta al Paese di passare “dal bisogno alla produzione, dall’insegnamento all’apprendimento, dall’importazione all’autosufficienza”.

Il premier palestinese aveva specificato, il 20 maggio, che qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” erano state le sue parole.

I legami tra Palestina e USA si sono interrotti quando, l’8 dicembre 2017, il presidente americano ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Successivamente, il 14 maggio 2018, Trump ha trasferito l’ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa, decretando il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele. Successivamente, gli Stati Uniti hanno tagliato aiuti ai palestinesi pari a a centinaia di milioni di dollari, ordinando altresì la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

Sin dalla guerra del 1967, la Palestina reclama la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, con l’obiettivo di costituire uno Stato indipendente.

Trump, con le sue mosse nello scacchiere politico internazionale si è rifiutato di approvare la soluzione a due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Tale soluzione è stata stabilita nel 1993 con gli Accordi di Oslo e prevede la creazione di due Stati in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due. Tuttavia, un patto che avrebbe dovuto costituire un modello ed una risoluzione del perdurante conflitto, dopo 26 anni non è stato ancora attuato.

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di Redazione

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