Cina: l’ambasciatore Usa visita il Tibet

Pubblicato il 25 maggio 2019 alle 9:29 in Asia Cina

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L’ambasciatore degli Stati Uniti, Terry Branstad, sta effettuando una rara visita in Tibet, il 25 maggio. Si tratta del primo ingresso nella regione di un diplomatico statunitense dal 2015 che parteciperà ad alcuni incontri istituzionali e avrà modo di visitare alcuni siti religiosi, al fine di sensibilizzare sulle restrizioni alla libertà religiosa e sulla conservazione culturale e linguistica regionale, secondo quanto riportato dal Dipartimento di Stato.

La visita di alto livello dell’Ambasciatore Usa in Tibet ha un valore simbolico importante sia per Washington che per Pechino, in un momento in cui i rapporti bilaterali sono particolarmente tesi per via della guerra commerciale e per il mancato raggiungimento di un accordo durante le sessioni negoziali. Se la visita avrà successo, per Pechino sarà importante perché cercherà di mettere in luce la coesistenza tra le etnie Han e tibetana e le iniziative che il governo cerca di portare avanti, almeno formalmente, per sostenere la cultura e la lingua tibetana. Si tratta di un approccio al momento opposto alle politiche restrittive e di rieducazione dei musulmani uiguri del vicino Xinjiang. Dal punto di vista degli Stati Uniti, la visita rappresenta, invece, il tentativo dell’amministrazione Trump di mostrare interesse nella protezione dei diritti umani.

Il Tibet, formalmente una regione autonoma speciale della Repubblica Popolare Cinese, è localizzato nella parte occidentale della Cina ed è considerato una vera e propria porta di accesso al Sud Est Asiatico, ma è, al contempo, una regione particolarmente delicata dal punto di vista politico per via della presenza dell’etnia tibetana di fede buddista ed essendo il Tibet storicamente il centro del buddismo tibetano e sede del suo capo spirituale, il Dalai Lama, ora in esilio in India.

La Cina ha da sempre guardato con sospetto ai rapporti e alla influenza degli Stati Uniti sul Tibet, in quanto prima della normalizzazione dei rapporti tra Washington e Pechino, la CIA sembra avesse inviato dei finanziamenti al Dalai Lama e alla comunità tibetana a sostegno di attività anti-cinesi. Il programma di iniezione di fondi è stato cancellato quando l’allora presidente Usa, Richard Nixon, ha effettuato la sua visita di stato storica a Pechino, nel 1972, che ha segnato l’avvio dei rapporti bilaterali ufficiali. Da allora, gli Stati Uniti hanno sempre tenuto d’occhio la situazione del Tibet e hanno spesso chiesto che i diritti dei cittadini tibetani e la loro identità culturale venissero salvaguardate dalle autorità cinesi. Nell’ultimo anno, l’attenzione si era però spostata dal Tibet all’altra grande regione sul confine occidentale della Cina, il Xinjiang, dove l’altra minoranza etnica, gli uiguri di fede musulmana, sta vivendo un momento di crisi ed è soggetta a dure operazioni di repressione delle autorità di Pechino volte a controllare la diffusione del terrorismo islamico nella regione.

È proprio l’identità etnico-religiosa di queste regioni di confine ad essere al centro delle tensioni tra il governo centrale di Pechino e la popolazione locale. Il Tibet, come il Xinjiang, è amministrato dalla Repubblica Popolare Cinese come regione autonoma speciale, ma tale controllo è messo in discussione da molti locali. L’influenza della Cina sul Tibet si fa risalire alle ultime due dinastie imperiali, la dinastia Ming e la dinastia Qing, ma il controllo sulla regione è divenuto effettivo nel 1951, quando l’esercito della appena nata Repubblica Popolare Cinese è entrato in Tibet e lo ha “liberato pacificamente”. La “liberazione” è stata, di fatto, un’invasione e occupazione del territorio tibetano e ha visto la fuga in India dell’allora leader politico e spirituale, il Dalai Lama. In seguito all’ingresso della regione nella Repubblica Popolare, sono state applicate diverse misure per la restrizione delle pratiche religiose e delle attività strettamente legate alla cultura indigena tibetana al fine di controllare eventuali rivolte e insurrezioni. A differenza di quanto è avvenuto in Xinjiang negli ultimi mesi, in Tibet non sono stati creati i cosiddetti “centri di formazione professionale”, considerati dalle organizzazioni per i diritti umani veri e propri campi di detenzione e rieducazione. Questo non vuol dire che il Tibet non sia anch’esso soggetto a misure di sorveglianza cibernetica, ad attività di repressione e di promozione dell’identità Han – l’etnia maggioritaria in Cina – e di celebrazione di matrimoni misti tra tibetani e Han per promuovere “l’unità nazionale”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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