Tensioni USA-Iran: il Giappone pianifica una visita a Teheran entro giugno

Pubblicato il 24 maggio 2019 alle 9:40 in Giappone Iran USA e Canada

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Il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, sta pianificando una visita in Iran verso metà giugno. Lo ha riferito oggi, venerdì 24 maggio, la tv nazionale NHK, mentre cresce la preoccupazione di diversi Stati stranieri per l’aumento delle tensioni tra Washington e Teheran.

La notizia arriva una settimana dopo che il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha visitato il Giappone e incontrato il premier Abe e il suo omonimo Taro Kono, il 16 maggio. In quell’occasione, il primo ministro aveva affermato di voler rafforzare i suoi legami, tradizionalmente amichevoli, con l’Iran e di temere per le instabilità del Medio Oriente. Teheran aveva altresì denunciato il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare e aveva definito “inaccettabile” la reimposizione delle sanzioni.

Abe discuterà della sua possibile visita in Iran con il presidente americano Donald Trump quando quest’ultimo, sabato, visiterà il Giappone. Una decisione finale sull’ipotesi di un colloquio a Teheran tra Abe e la sua controparte iraniana potrebbe essere determinata dall’esito dell’incontro con Trump, ha chiarito la NHK.

Nessun primo ministro giapponese visita l’Iran dal 1978. Il Giappone però è sempre stato un importante acquirente del petrolio iraniano già decenni prima delle sanzioni americane.

Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle tensioni tra Washington e Teheran. Il 23 aprile, il Ministero del Petrolio ha denunciato nuovi attacchi da parte degli americani. Ciò faceva riferimento alla decisione statunitense, annunciata il 22 aprile, di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, il ministro iraniano del Petrolio ha dichiarato che i Paesi del Golfo stavano sovrastimando le loro capacità di produzione petrolifera. 

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, John Bolton, ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato tali limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015, a causa della crescente pressione americana contro la Repubblica Islamica e del mancato intervento dei Paesi europei a tale riguardo. A complicare ulteriormente il quadro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno subito una serie di attacchi contro mezzi navali e infrastrutture legate alla produzione di greggio nel Golfo Persico, nelle giornate del 13 14 maggio. Le forze ribelli sciite yemenite, gli Houthi, tradizionalmente sostenuti dalla Repubblica Islamica nella loro rivolta, hanno rivendicato la responsabilità degli assalti. Teheran ha, tuttavia, affermato di non essere coinvolta in nessun modo in tali eventi, nonostante le accuse dell’Arabia Saudita.

Infine, mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” ha riferito Trump, in un tweet pubblicato il 19 maggio, volendo mettere in guardia il regime iraniano dalle conseguenze delle minacce che continuavano ad arrivare contro gli USA. Il tweet è giunto a seguito di un attacco contro la capitale irachena di Baghdad, avvenuto la stessa domenica 19 maggio, e che ha colpito la cosiddetta Zona Verde, dove si trovano edifici governativi e rappresentanze diplomatiche, con un razzo Katiusha. L’assalto si è verificato a pochi metri dall’ambasciata americana in Iraq. Un corrispondente dell’emittente emiratina al- Arabiya ha confermato: “Tutti gli indizi dimostrano che l’attacco mirava all’ambasciata americana”. A seguito di tali attacchi e scontri verbali, la tensione, nell’area, rimane estremamente alta. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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