Washington: prove sull’utilizzo di armi chimiche nell’ultimo attacco in Siria

Pubblicato il 22 maggio 2019 alle 10:29 in Medio Oriente Siria

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Un portavoce del Dipartimento di Stato americano, Morgan Ortagus, martedì 21 maggio, ha dichiarato che il regime siriano potrebbe aver utilizzato nuovamente armi chimiche nell’attacco condotto il 19 maggio sulla Siria Nord-occidentale. Ortagus ha poi aggiunto che, nel caso in cui l’ipotesi venga confermata, gli USA risponderanno immediatamente ed in modo adeguato.

La dichiarazione fa riferimento ad un attacco condotto con raid aerei nella periferia di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli che hanno cercato di rovesciare il regime del presidente siriano, Bashar al-Assad, sostenuto, a sua volta, dalla Russia e dell’Iran. Secondo gli USA, vi sarebbero prove che dimostrano la presenza di gas clorino nei raid che hanno colpito l’area, provocando la morte di 12 civili.

Morgan ha poi aggiunto: “Gli attacchi del regime contro la popolazione della Siria Nord-occidentale devono finire”. Secondo il portavoce americano, l’attacco fa parte di una violenta campagna lanciata dalle forze del regime siriano e viola l’accordo che mira a ridurre l’escalation di violenza nel Paese. Quest’ultimo è stato raggiunto il 17 settembre 2018 a Sochi, città situata a Sud della Russia, con la mediazione del presidente russo, Vladimir Putin, e del leader turco, Recep Tayyip Erdogan. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto “smilitarizzata” tra le forze armate del governo siriano ed i gruppi armati ribelli. L’accordo prevede, inoltre, il pattugliamento congiunto da parte di forze militari turche e russe, oltre a pattuglie miste. Altro punto è l’espulsione dalla provincia di Idlib di gruppi jihadisti, a cominciare da Hayat al-Tahrir al-Sham, organizzazione siriana affiliata ad Al-Qaeda, presente in circa metà dei territori Nord-occidentali. Inoltre, le parti contraenti hanno imposto il ritiro delle armi pesanti da parte dei ribelli e dell’esercito siriano nelle aree comprese nella fascia smilitarizzata.

Nella cornice del conflitto in Siria, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011, i dissidenti del regime controllano gran parte della provincia Nord-occidentale. Qui vivono circa 3 milioni di persone ma la metà è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive di Assad. Nell’autunno 2018, Damasco sembrava voler dare inizio ad un’avanzata verso tale zona, ma la sua campagna è stata frenata dall’accordo raggiunto tra Ankara e Mosca il 17 settembre.

Tuttavia, a partire dal mese di aprile 2019, una nuova ondata di violenza ha cominciato ad interessare Idlib e la regione circostante. Lo scopo del regime di Damasco, coadiuvato dalle forze russe, è riprendere il controllo di tali territori attraverso una campagna lenta e sanguinosa che si prevede segnerà l’ultima fase della guerra. Il 9 maggio le forze di Assad sono giunte nella città di Qalaat al-Madiq, situata a 80 km da Idlib. Tale azione ha costituito un ulteriore passo in avanti verso la riconquista dell’ultimo territorio siriano dominato dai ribelli. Come riferito dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, questi ultimi si sono ritirati dopo essere stati quasi circondati dall’esercito di Assad.

David Swanson, dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) ha riferito che: “Tra l’1 febbraio e il 28 aprile oltre 32.500 persone si sono spostate tra i governatorati di Aleppo, Idlib e Hama”. Il bilancio totale delle vittime causate dalla guerra civile sarebbe di circa 370.000 persone, oltre a milioni di sfollati.

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di Redazione

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