Ciò che non funziona nella politica estera di Trump

Pubblicato il 22 maggio 2019 alle 15:34 in Il commento USA e Canada

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Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Iran, ma non ci sarà nessuna guerra tra i due, se Trump vorrà evitarla. È ovvio che sia così: gli Stati Uniti hanno un esercito spaventoso e, nello scontro diretto, l’Iran soccomberebbe. Ne consegue che la sopravvivenza del regime iraniano è tutta questione di alleanze. Vi è infatti soltanto un modo di scoraggiare l’attacco di un nemico agguerrito e dalle forze soverchianti: avere alleati potenti. Gli Stati Uniti hanno attaccato Saddam Hussein perché era isolato, ma non Kim Jong-un che, oltre ad avere la bomba atomica, è protetto da Russia e Cina. La domanda più urgente, pertanto, non è se avremo una guerra tra Stati Uniti e Iran, ma se l’Iran abbia costruito relazioni privilegiate con la Russia e la Cina, tali da scoraggiare un’offensiva americana. La risposta, per ora, è affermativa. Due giorni fa, Zarif, ministro degli esteri iraniano, ha fatto visita al suo omologo cinese, Wang Yi. I due si sono incontrati subito dopo la notizia che una nave ha scaricato 130,000 tonnellate di petrolio iraniano nei pressi della città di Zhoushan, a sud di Shanghai. La missione – ha rivelato l’agenzia Reuters – sarebbe stata realizzata impiegando ben quattro imbarcazioni per eludere il sistema delle sanzioni americane contro l’Iran. Quanto ai rapporti tra Iran e Russia, hanno combattuto insieme in Siria per difendere Bassar al Assad che, alla fine, ha vinto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti. In tutti questi anni di collaborazione, le relazioni tra Mosca, Pechino e Teheran, sono diventate sempre più profonde ed è lecito domandarsi se non stiamo assistendo al processo di formazione di un “blocco”. Questi tre Paesi sono sullo stesso fronte in Venezuela, a beneficio di Maduro, e in Siria, in favore di Assad. Inoltre, condividono il fatto di essere oggetto di sanzioni da parte di Trump e nutrono il medesimo timore di dover affrontare una sfida militare con lui: la Russia in Ucraina dell’Est o in Venezuela; la Cina nel Mar Cinese Meridionale; l’Iran, in casa propria. La domanda sorge spontanea: che cosa non sta funzionando nella politica estera di Trump? La risposta, per quanto appaia paradossale, è la seguente: non sta funzionando il partito repubblicano. 

L’unilateralismo di Trump può sperare di funzionare soltanto se gli Stati Uniti riescono ad avere buoni rapporti con la Russia. Trump può conservare il primato americano indebolendo la coesione della Nato e dell’Unione Europea; può condurre una guerra commerciale contro la Cina e può permettersi addirittura di deteriorare i rapporti con la Turchia, il Canada e la Germania, ma non può includere anche la Russia nel suo piano d’attacco. Andare contro tutti non è una strategia; è una forma di megalomania. Trump è sempre stato consapevole di ciò e ha fatto di tutto per stabilire un’alleanza strategica con Putin, ma il partito repubblicano, ancor più di quello democratico, non l’ha consentito. Le indagini sui presunti legami con Putin in campagna elettorale hanno reso impraticabile qualunque vera apertura verso la Russia. Per non essere ascoltato dal partito repubblicano, Trump ha dovuto parlare con Putin a porte chiuse, nel vertice di Helsinki, il 16 luglio 2018. Quando, dopo Helsinki, ha deciso di ritirare i soldati americani dalla Siria, come gesto di distensione verso la Russia, una parte importante del partito repubblicano si è rivoltata, al punto che il segretario alla Difesa, James Mattis, ha rassegnato le dimissioni in segno di disapprovazione, il 20 dicembre 2018. Come dimostra il caso della Siria, non c’è guerra che gli Stati Uniti possano vincere che la Russia non voglia. Le guerre “facili” per gli Stati Uniti – Afghanistan e Iraq – sono state guerre in cui la Russia è rimasta a guardare. L’Iran, difeso dalla Russia, trasformerebbe un’eventuale invasione americana in un inferno. Lo stesso discorso vale per la Corea del Nord e il Venezuela. Molti ritengono che il futuro sia della Cina, ed è probabile che sia così. Il presente, però, è ancora della Russia e degli Stati Uniti. Fino a quando avrà Putin contro, Trump non potrà modificare l’ordine internazionale in favore degli Stati Uniti e non potrà nemmeno disarmare Kim Jong-un. 

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Articolo apparso sul “Messaggero”, per gentile concessione del direttore

di Alessandro Orsini

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